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Il
presente contributo si propone di affrontare criticamente il tema del
recupero delle tonnare siciliane. La riflessione si articola in due
principali momenti: una pars destruens mirante a fare tabula rasa di
inveterati convincimenti circa le ipotesi di rimessa a valore di quella che
è storicamente stata una fiorente industria per l’economia costiera
siciliana (par. 1); una pars costruens tesa ad impostare i termini del
problema in vista di puntuali idee progettuali (par. 2).
1. Idee di recupero fuorvianti
Seguendo una logica di ragionamento a contrario, va, anzitutto,
sgombrato il campo dai significati che chi scrive non ha voluto
imputare al generico termine “recupero”.
1.1 La tonnara folcloristica
In primo luogo, il sostantivo “recupero” non vuole essere veicolo dell’idea
che sia praticabile (e, perciò, anche desiderabile) un “retour en arrière”,
un ritorno al passato puro e semplice, perché un tale convincimento non
potrebbe essere la premessa di alcun progetto ma l’anticamera di un sogno,
di un sogno struggente e velleitario.
Più esplicitamente, recuperare le tonnare siciliane non può significare
ristrutturarne le infrastrutture materiali (stabilimenti, magazzini,
porticcioli) e le componenti strumentali (barcareccio, reti, ancore.…) in
vista di una riattivazione dei processi poietici specifici (la pesca e la
lavorazione conserviera del tonno).
Se il modello economico-produttivo della tonnara fissa non ha retto il
confronto con altri paradigmi tecnologici di pesca (ed in particolare con il
sistema integrato tonnara volante-tuna ranching), allora è evidente che
voler oggi insufflare vita in quello stesso modello equivarrebbe ad un
accanimento terapeutico su di un paziente allo stadio terminale di un morbo
irredimibile.
Se riattivata nella sua veste tecnica originaria, la tonnara al massimo
potrebbe ambire ad una collocazione nell’ingloriosa nicchia delle
“rappresentazioni folcloristiche” di un mondo tradizionale, tramontato sotto
il profilo della convenienza economica.
Vogliamo forse assistere al “presepe vivente” di uomini e donne che,
nell’improbabile costume d’epoca di improvvisati tonnaroti,
inscenano l’epica atmosfera di una mattanza culminante nella cattura di
qualche modesto tonnetto? Noi non vogliamo che la tonnara venga declassata a
mera pesca-turismo.
Purtroppo pare sia questo il sentiero in cui si è incamminata una delle due
tonnare ancora attive in Sicilia, Favignana, dove, sommato alle dispute sul
valore del diritto di filmare la mattanza,
il nuovo rapporto numerico tra tonni catturati e persone a vario titolo
presenti sul sito di cattura è sempre più significativo dello snaturamento
della vera funzione della tonnara: 53 tonni/1500 turisti-spettatori nella
prima levata del 2005 contro gli oramai leggendari 5, 7, 10 mila tonni
pescati da qualche centianaio di tonnaroti (in assenza di turisti!) in
annate lontane dell’Ottocento.
1.2 La tonnara-resort
D’altra parte, l’idea di recupero che qui si propone rifugge dalla troppo
sbrigativa (ed ingenerosa) tentazione di riuso del “contenitore”
logistico-architettonico della tonnara in chiave meramente turistica, cioè
ricettivo-alberghiera.
Certo, molte tonnare, sia per l’amenità dei siti in cui sorgono sia per il
pregio artistico ed i volumi dell’impianto architettonico, ben si prestano
ad essere reinterpretate come “resort” da offrire a precisi segmenti della
domanda di turismo balneare e/o congressuale. E, forse, una tale soluzione
incontrerebbe il favore di quegli investitori nazionali ed esteri per i
quali la Sicilia esiste solo nella sua riduttiva rappresentazione di
contorno costiero dalle straordinarie potenzialità turistiche.
Ma un tale epilogo della millenaria storia delle tonnare siciliane non può e
non deve essere accettata: il radicale stravolgimento della loro originaria
funzione comporterebbe l’abdicazione ad una semantica dei luoghi (fatta di
saperi, mestieri, tradizioni, linguaggio… modelli sociali) sulla quale
occorrerebbe, invece, opportunamente puntare per differenziarsi e rispondere
con successo alla concorrenza che gli altri territori sono capaci di fare
nel mondo globalizzato.
La nostra idea di recupero si sottrae, dunque, alla tentazione di
leggere la tonnara come “contenitore” progressivamente ed inesorabilmente
svuotato dal trascorrere del tempo e, perciò, suscettibile di essere
riempito versandovi una funzione socio-economica (come quella turistica)
aliena alla sua profonda identità storica. Emblematica è, a tal proposito,
l’immagine di una vecchia muciara di rais trasformata in bar all’interno
dell’Hotel & Residence “La tonnara di Bonagia” (TP)! La
“tonnara-resort” esporrebbe al verosimile rischio di un definitivo
smarrimento di importanti pezzi di memoria collettiva locale: l’assuefazione
dello sguardo all’azzurro di una piscina olimpionica, al luccicare delle
cromature di panfili ormeggiati ad un pontile mobile, al rosso terra di
qualche campo da tennis pensile sul mare… condurrebbe, nel volgere di
qualche generazione, all’irriconoscibilità dei luoghi in cui la tonnara
definiva ed organizzava le sue funzioni. Venuto meno il ricordo veicolato
dall’ultimo canuto genius loci e andata smarrita, nell’ennesimo
trasloco, l’ultima ingiallita fotografia, non rimarrebbero che le pagine dei
libri a ricordare a sé stesse e a pochi volenterosi ricercatori e curiosi
che quel resort - magari dall’esotico nome “La tonnara”-
un tempo non intercettava flussi di turisti (o conferenzieri) ma di tonni!
1.3 La tonnara-museo
Il passato, tuttavia, per quanto irrinunciabile, non può avere
la pretesa di assorbire per intero, con la sua “messa in scena”, lo spazio
fisico e funzionale che le tonnare hanno lasciato libero ritraendosi dalla
storia.
Ecco, allora, profilarsi un terzo significato di “recupero” che
non ha diritto d’asilo presso la nostra riflessione: restauro conservativo e
conseguente ridestinazione museale delle tonnare. Una tale opzione potrebbe
sì salvare fabbricati, ciminiere, ancore e barconi dall’inesorabile azione
corrosiva della salsedine, placando il sentimento di impotenza e
frustrazione di chi anno dopo anno ne constata il decadimento; ma, a ben
vedere, la cristallizzazione di questi, ed altri, elementi nella loro
inanimata integrità si tradurrebbe nell’implicita dichiarazione di resa del
modello socio-economico della tonnara fissa all’impietoso urto delle forze
della contemporaneità.
In questa tonnara-museo il passato verrebbe come “imbalsamato”, privato
della possibilità di interagire con il presente per “fare futuro”. Ci
aspettiamo che il turista tedesco corrisponda un prezzo per acquistare il
diritto a lasciarsi suggestionare da un mondo che Goethe ha dimenticato di
descrivere nel suo melenso e paranoico “Viaggio in Sicilia”? Ci pare assai
più ragionevole supporre che, una volta consegnate ai cataloghi
dell’archeologia industriale, le tonnare difficilmente riusciranno a
emergere come imprese culturali redditive, cioè in grado di ricavarsi uno
spazio fra le innumerevoli attrattive archeologiche -puniche, magno-greche,
romane, arabo-normanne, barocche…- che, per motivi sistemici (carenze di
capacità ricettiva, di infrastrutture viarie, di collegamenti
internazionali…), già a fatica attraggono o intercettano i flussi mondiali
del turismo culturale. Critica non può che essere, dunque, la nostra
posizione di fronte ad una scelta strategica della Regione che ha impegnato
quasi venti milioni di euro del POR 2000-2006 per fare degli stabilimenti
della tonnara Florio di Favignana, la Regina del mare, una centro
confusamente ricreativo e culturale comprensivo di museo.
2. Una diversa idea di recupero
In sintesi, “recupero” non può essere ritorno al passato
(la tonnara folcloristica), né astrazione dal passato (la
tonnara-resort), né musealizzazione del passato (la tonnara-museo).
Le considerazioni finora svolte pongono, con evidenza, l’accento
sul rapporto tra idea progettuale per il recupero delle tonnare
siciliane e identità storica delle stesse. La vera sfida è tutta
concentrata nella ricerca di una soluzione in cui passato e progetto non
entrino in conflitto ma si integrino nel senso che il secondo
sostenibilmente si innesti sul primo, sfruttando la profondità delle sue
radici per attecchire nel terreno della contemporaneità.
L’impostazione logica scelta impone che si fornisca, a questo
punto del discorso, una definizione in positivo del concetto di “recupero”.
Ebbene, il significato che per noi il termine ricopre è essenzialmente
quello di “rimessa a valore” delle tonnare attraverso la ricerca di un
sostenibile rapporto tra identità storica e progresso.
2.1 Rimettere a valore
“Rimettere a valore” è cosa sensibilmente diversa da
“valorizzare”. Si valorizza un oggetto (o un’attività) quando lo si sottrae
ad un originario stato di gratuità (libera disponibilità) e quiescenza
economica e lo si colloca, corredato di un prezzo (valore, appunto), sul
mercato. Così, ad esempio, per non uscire dal tema, l’amministrazione
normanna valorizzò i litorali siciliani affidando in concessione, dietro
corrispettivo, il diritto di sfruttarli per “crociar tonnara”. Si mette a
valore un oggetto (o un’attività) quando, con convenienza, lo si integra in
quel sistema di relazioni economiche che si collocano a monte e a valle del
processo sfociante nella realizzazione di un output (bene o servizio) cui il
mercato riconosce un valore (prezzo) nel quale è contenuto il costo
complessivamente sostenuto ed un margine (profitto).
Ecco, dunque, apparire in filigrana dietro al concetto di
“rimessa a valore” quello di profitto, dal quale il nostro ragionamento non
intende assolutamente fare astrazione, forte com’è della convinzione che la
tonnara, al netto di ogni contenuto antropologico-culturale, pure
importante, è storicamente stata un’impresa e non può non esistere, se non
snaturata, al di fuori di questa forma organizzativa.
Concretamente, rimettere a valore le tonnare siciliane significa
reinserirle, in condizioni di redditività, nella catena del valore del
tonno, cioè in quel circuito di attività economiche che vanno dalla cattura
del grande pesce pelagico alla commercializzazione dei prodotti che se ne
possono ricavare.
2.2 Ricercare un rapporto sostenibile tra identità e progresso
Nella ricerca di un equilibrio sostenibile (sia sul piano
economico che ecologico) tra identità e progresso la partita si gioca
essenzialmente sul piano tecnologico, visto che è stata proprio l’incapacità
di adeguarsi alla concorrenza delle tonnare di più elevato contenuto
tecnologico (quelle volanti) a condannare le tonnare fisse alla
marginalizzazione dal mercato. Alla luce di questa premessa, occorre
esplicitare il significato dei due termini i quali l’equilibrio va
costruito.
2.2.1 Identità storica: la tonnara fissa ovvero la “territorializzazione”
della pesca del tonno
La cattura dei tonni con impianti fissi stagionalmente
ubicati a distanza relativamente contenuta dalla costa può considerarsi il
tratto più caratterizzante, sotto il profilo tecnologico, dell’identità
storica della tonnara siciliana e, più in generale, di quella mediterranea.
La fissità dell’impianto è sì un dato tecnico ma le sue implicazioni non si
esauriscono nella tecnica; la trascendono immediatamente.
Ormeggiata al fondale per mezzo di ancore, la tonnara non è mare
ma “protesi della terraferma”, suo artificiale prolungamento. I
significanti che tradizionalmente designano i due principali elementi
costitutivi dell’apparecchio di reti della tonnara, costa e isola,
confermano questa connessione segnica tra terra e mare in perfetta
adesione all’assioma che il filosofo tedesco Heiddeger ha elaborato in tutt’altro
contesto: “il linguaggio è la casa dell’essere”. Nel punto in cui la rete
di costa veniva “attaccata” al litorale, si materializzava la
giunzione simbolica tra terraferma e mare, tra
terra-abitata-da-uomini-organizzati e mare-governato-dalla-natura… tra
cultura e natura.
Il calare tonnara ha, su molteplici livelli, implicato un
fenomeno di “territorializzazione” del mare, cioè di assoggettamento della
informe massa liquida marina alle logiche e alle regole che mediano il
rapporto tra l’uomo e lo spazio nella terraferma.
Così, riportando sulle carte nautiche i luoghi di calo delle
tonnare, si è alterata la rappresentazione del profilo costiero naturale con
un segno umano, un’impronta di appropriazione tesa a marcare il confine tra
il “padrone del mare” e l’universo dei soggetti esclusi: i natanti in
transito e soprattutto i “padroni” di limitrofe zone di calo, per
consuetudine tenuti a garantire un “mare di rispetto” di almeno tre miglia.
E, ancora: le pareti di rete distese in mare per centinaia,
migliaia di metri “ingabbiavano” le acque, conferivano loro una forma
idealizzata, tratteggiavano una geometria tridimensionale, fatta di punti,
segmenti e piani, capace di assecondare in modo intelligente il non euclideo
linguaggio del mare, fatto di flussi d’acqua (flutti, maree, correnti) e di
vita (la periodica migrazione genetica dei tonni).
Un’altra importante connessione tra terra e mare va ricercata
nella sequenza delle fasi del processo produttivo della tonnara fissa. La
fase a mare (calo e messa in funzionamento dell’ordigno di reti) era
tecnicamente incastonata tra due fasi a terra (armatura e lavorazione
conserviera). Proprio in questa successione è racchiuso il significato di
“territorializzazione” del mare (o, se si vuole, della pesca del tonno)
maggiormente rilevante ai fini del nostro discorso: il valore tratto dal
mare con la cattura dei tonni non era “congelato” e trasferito in mercati
lontani (come quello di Tsukiji in Giappone) ma veniva “sbarcato” sulla
terraferma immediatamente prospiciente la zona di calo, investiva le
comunità rivierasche ed un indotto che si spingeva fin nell’entroterra,
creava localmente opportunità di lavoro, di reddito, di spesa, di risparmio,
di investimento. La pesca del tonno in Sicilia lasciava valore al territorio
costiero e in questo senso si configurava come un’attività “territorializzata”,
radicata nel territorio.
Questa capacità di trattenere valore ci pare, più di ogni
aspetto etno-antropologico, che pure è importante, il tratto irrinunciabile
dell’identità storica della tonnara siciliana.
2.2.2 Progresso: la tonnara volante ovvero la de-territorializzazione
della pesca del tonno
E il progresso, cioè l’altro termine col quale l’identità va
messa a confronto per trarne un equilibrio sostenibile? Il progresso è tutto
incarnato dalla tonnara volante a vista, il paradigma tecnologico sul quale
il capitalismo alieutico nipponico ha, con strepitoso successo, costruito il
suo mercato del tonno.
La nuova tecnica di pesca è sottesa da logiche e regole
diametralmente opposte a quelle della “territorializzazione”. Un’anonima
schematizzazione sarà utile a comprendere perché. Moto-pescherecci oceanici
battenti la bandiera del compiacente Stato X e imbarcanti equipaggi a basso
costo di nazionalità Y, “setacciano”, guidate da ricognitori decollati dallo
Stato Z, le acque internazionali per catturare vivi branchi di tonni da
condurre in gabbie d’ingrasso ubicate nelle acque territoriali dello Stato
M; raggiunto il peso commerciale ottimale, i tonni sono macellati e, al
culmine di un processo di lavorazione in larga parte effettuato a bordo di
titaniche navi frigorifero battenti bandiera dello Stato N, sono venduti e
consumati sul mercato dello Stato J.
Globalizzazione? Sì, lo schema esemplificativo aiuta a
comprendere il modo in cui la globalizzazione è entrata nell’industria del
tonno, cioè modellandone la catena del valore sulla base della geografia dei
vantaggi competitivi esibiti dai vari Paesi, al fine di conseguire la
massima efficienza possibile.
Ma cosa significa, per la Sicilia e per il Mediterraneo, questa
globalizzazione dell’industria del tonno se non “de-territorializzazione” di
un modello economico-produttivo che fino a non molto tempo fa aveva una sua
specificità locale?
La tonnara volante recide l’intimo legame tra terra e mare, tra cultura e
natura. Essa non risponde a una benefica logica appropriativa ma innesca una
dannosa dinamica espropriativa: non disegna cioè linee di confine a garanzia
di diritti esclusivi ma “scarabocchia” in maniera spregiudicata il grande
foglio del mare, drenando voracemente risorse.
E ancora: quella della tonnara volante non è una geometria umana che
asseconda con intelligenza i flussi della natura marina ma li spezza,
alterando delicati equilibri ecologici e pregiudicando la disponibilità di
risorse per le generazioni future.
La tonnara volante spezza, inoltre, la contiguità spaziale e la continuità
funzionale tra le zone di mare in cui si effettua la pesca e i luoghi di
terra, inclusi quelli dell’indotto, in cui ci si “arma” per la pesca e si
lavora il pescato. Saperi e mestieri, forme organizzative e manifestazioni
culturali, valori e, soprattutto, valore economico svaniscono:
al litorale non rimane che la consolazione della lontana linea
dell’orizzonte e qualche romantico tramonto da inserire sulla cartolina di
una rilettura in chiave unicamente turistica di luoghi che hanno invece
avuto una precisa identità industriale.
La nostra idea di recupero è ovviamente contraria a questa
“de-territorializzazione” che paradossalmente taglia fuori la costa
siciliana dalla catena del valore dei tonni che vi transitano davanti;
tuttavia non si concede all’aprioristico rifiuto del progresso tecnologico,
nel quale vede anzi l’unica possibilità di perpetuare, con convenienza,
un’attività altrimenti destinata a trovare posto nei libri di storia
economica regionale.
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