La Chiesa e Re Gioacchino Murat

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Ma quello che rende veramente unica la Chiesa di San Giorgio è la sua muta testimonianza di una delle più grandi tragedie della Storia Moderna. La tragica fine di Gioacchino Napoleone Murat Re delle Due Sicilie e cognato dell’Imperatore dei Francesi Napoleone Bonaparte che qui giace sepolto nella terza fossa comune al centro della Chiesa.

Il Re delle Due Sicilie Gioacchino MURAT incontrò per la prima volta nella sua vita la Chiesa Matrice di San Giorgio nel mese di Maggio del 1810, allorquando giunto in Calabria per preparare l’invasione della Sicilia ebbe modo e tempo di visitare il Pizzo.  In quell’occasione la visita del Re alla Chiesa più importante del Paese, diede modo al Canonico Masdea, uno dei tanti Canonici di San Giorgio, di chiedergli un contributo  per il completamento della Chiesa. Murat rispose favorevolmente alla richiesta e ritornato a Vibo, da buon amministratore qual’era, mise le carte a posto emanando il Decreto che troverete pubblicato di seguito.

Di questi fatti esiste la prova documentale nello Zibaldone della Chiesa di San Giorgio, nel quale il Canonico Masdea oltre a raccontare della donazione riporta in copia anche la lettera di trasmissione del decreto inviatagli dal Generale Colletta ed il Decreto stesso a firma di Re Gioacchino Napoleone.

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RELAZIONE DELL’AVVENIMENTO AD OPERA DEL CANONICO  MASDEA SULLO ZIBALDONE DELLA CHIESA DI SAN GIORGIO

“A 25 Maggio 1810 venne qui il Re Gioacchino MURAT Francese, ed entrato in Chiesa, a petizione di me Canonico Masdea diede docati  mille treter di Luiggi, e Napoleoni di oro, e docati 200 ai poveri; ed autorizzò la Comune con suo Decreto del 1 Giugno 1810 in Tropea a spendere altri docati mille per terminarsi la Chiesa; così che con i docati mille contanti, come sopra, già si è principiato il soffitto della nave grande, e si continuerà quanto bisogna, mancando ancora la (………) del Pavimento per quella parte, che s’ingrandì la Chiesa.

Canonico Masdea

 

LETTERA DI TRASMISSIONE DEL GENERALE COLLETTA

3° DIVISIONE = Monteleone 22 Giugno 1810

N. 290

L’Intendente della Calabria Ulteriore

Al Signor Sindaco della Comune il Pizzo.-

Vi compiego copia del Real Decreto reso da S.M. qui in Monteleone, col quale si è benignato ordinare di pagarsi docati duemila per la restaurazione della Chiesa di Codesto Comune. Il Decreto stesso v’indica sopra quali fondi si dovrà pagare la di somma; ed all’uopo vi prevengo, che per li docati mille da prendersi dà sopravanzi della Comune, ciò si deve intendere, che rimane per questo destinato il Fondo delle spese imprevedute negli avanzi che risulteranno dall’Amministrazione; da poiché non trovasi tassativamente destinata alcuna somma nello Stato delle Spese Comunali per l’oggetto della restaurazione sopra indicata.

Sono con vostra stima

                                                   G. Colletta

DECRETO REALE DI CONCESSIONE DEL CONTRIBUTO

Monteleone 29 Maggio 1810

N. 291

                          Giacchino Napoleone Re delle due Sicilie

Abbiamo decretato, e decretiamo quanto segue

Articolo 1,

Saranno pagati per la ristrutturazione della Chiesa del nostro Comune del Pizzo di Calabria Ultra docati duemila, cioè mille dal nostro Tesoriere della Lista………., e mille da Sopravanzi della stessa Comune.

Articolo 2,

Il nostro Ministro dell’Interno è incaricato dell’Esecuzione del presente Decreto.

Giacchino Napoleone

Copia conforme

Canonico Masdea

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La Chiesa di San Giorgio ritorna nell’esistenza di Gioacchino MURAT in occasione della sua morte come luogo di sepoltura.  Siamo nel cuore della notte tra il 13 e 14 ottobre 1815, il Re è ancora caldo che le porte della Chiesa di San Giorgio si aprono per accogliere la sua salma riposta in un baule vestito di Taffettà. Viene furtivamente ed il più velocemente possibile sepolto nella terza fossa comune della Navata Centrale della Chiesa. Questo è un fatto certo che trova riscontra in atti pubblici presso l’Archivio della Chiesa e negli Archivi del Comune di Pizzo. Molto meno certe sono le varie leggende come quella della testa tagliata che proponiamo di seguito per come la racconta Alexandre Dumas. 

<<Durante la notte il cadavere fu portato in chiesa da quattro soldati; fu buttato nella fossa comune e poi su di lui gettarono dei sacchi di calce. Infine si richiuse la fossa e si sigillò la pietra che d’allora non è stata più riaperta.

Una strana voce si sparse. Si disse che il cadavere era stato portato in chiesa decapitato; se bisogna credere a certe leggende orali la testa fu portata a Napoli e consegnata a Ferdinando. Fu poi conservata in un boccale d’acquavite perché se qualche avventuriero avesse voluto approfittare della sua fine isolata e oscura per tentare di prendere il nome di Gioacchino gli si po­tesse rispondere subito mostrandogli la testa di Murat.

La testa era custodita in un armadio posto alla testata del letto di Ferdinando e di cui solo lui teneva le chiavi, cosicché fu soltanto dopo la morte del vecchio re che suo figlio Francesco, spinto dalla curiosità, apri l’armadio e scoprì il segreto paterno.

Così morì Murat all’età di quarantasette anni, perso dall’e­sempio che gli aveva dato sei mesi prima Napoleone rientrando dall’Isola d’Elba.”

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Le ossa del Re ancora oggi sono  li,  al loro posto. Sono stati fatti negli anni dei tentativi per recuperarli e dargli una degna sepoltura. Tutti, per svariati motivi, non hanno conseguito alcuno risultato.  Si propone di seguito l’articolo dello studioso ed appassionato cultore della storia murattiana il Professore Domenico Curatolo recentemente scomparso che descrive i tentativi  passati e recenti di recuperare le ossa del Re Gioacchino.

<<Don Tommaso Antonio Masdea canonico decano dell’insigne Col­legiata di Pizzo e confessore del morituro Sovrano., nel racconto pubblicato nel libro di G. Roma­no «Ricordi Murattiani» afferma:

—   « Il cadavere di Gioacchino Murat riposto in un baule foderato di taffetà nera, fu sepolto nella Chiesa Matrice da lui beneficata... »,.

Antonino Condoleo che assistette alla sepo1tura, così la descrive nella sua «Narrazione» pubblica­ta da E. Capialbi: « ...L’insan­guinato cadavere fu subito messo in una rozza cassa di abete e fu portata da dodici soldati nella Chie­sa Matrice. Nel deporla a terra, per l’urto ricevuto o perché mal connessa, la cassa si aprì negli spi­goli. Oh, visione incancellabile di quel volto pallido, sfigurato da u­na pallottola che aveva orribilmen­te solcata la sua gota destra, di quegli occhi spenti, di quella boc­ca socchiusa, che pareva volesse terminare qualche incominciata pa­rola, di quell’aria guerriera che la stessa morte non aveva potuto cancellare dal suo sembiante! Rattoppata alla meglio la cassa, con tut­ta sollecitudine, fu gettata nella fossa comune... ».

Il Condoleo è più prolisso del Masdea, ma i due racconti tranne che per alcuni particolari margi­nali, concordano nell’indicare co­me luogo di sepoltura la Chiesa Matrice di Pizzo. D’altronde il luo­go di sepoltura è chiaramente in­dicato nello stesso atto di morte esistente nel libro dei defunti dell’anno 1815 custodito nell’Archi­vio Parrocchiale della Chiesa Ma­trice di San Giorgio Martire che testualmente trascrivo:

« Anno Domini 1815 die vero decimo tertio Octobris - Pi­tii - Joachinus Murat Gallus ex rex civitatis, aetatis suae anno­rum quadraginta quinque circiter, SS. Sacramento poenitentiae cx­piatus, a Commissione militari dam­natus, mortem  appetiit, et fuit e­jus corpus in hac insigni collegia­li ecclesia sepultum ». —

La Chiesa Matrice di Pizzo, co­me le altre chiese esistenti nella ridente cittadina, raccolse, da tem­po immemorabile, le spoglie morta­li dei pizzitani. Fu semidistrutta dal terribile terremoto del 28 marzo 1783 e nel riedificarla si progettò di allungarla di un terzo della sua primitiva lunghezza per renderla capace di accogliere la popolazione di Pizzo che allora contava circa cinquemila abitanti. I lavori di ri­costruzione si protrassero per al­cuni decenni tanto che, ai tempo dell’occupazione francese, la Chie­sa era ancora incompiuta; infatti, il 25 maggio del 1810, Gioacchino Murat di passaggio a Pizzo, elargì la somma di duemila ducati per il proseguimento dell’opera. L’allungamento della navata centra1e comportò lo spostamento dell’ab­side e della sacrestia che furono ricostruite sopra le primitive tombe comuni poi abbandonate e rico­perte dalla pavimentazione. Le tom­be gentilizie situate nella navata centrale della Chiesa, non furono mosse e tuttora testimoniano, coi loro coperchi marmorei finemente scolpiti, un’epoca di privi1egi, e di distinzioni sociali. Sorse allora il problema di edificare nuove tom­be comuni che vennero costruite nella navata centrale in prossimità dell’ingresso principale della Chiesa, tra le tombe gentilizie si­tuate lungo i lati della navata gran­de. A riprova di quanto asserito c’è il fatto, storicamente accertato che, quando il cadavere dell’infelice Sovrano venne sepolto nella fossa comune, questa, essendo di nuova costruzione, conteneva sola­mente il cadaverc di un popolano soprannominato « Cimminà ». Do­po il seppellimento di Murat la tomba fu sigillata con spranghette di ferro e, fino al 1860, aprirla significa, commettere un delitto di stato.

  Nel 1899 alcuni parenti di Mu­rat tentarono il ritrovamento dei  resti del loro  glorioso avo per dar­gli degna sepoltura nella Certosa di Bologna. Presero parte alle ricerche la Contessa Letizia e il conte Giulio Rasponi, nipoti diretti di Murat, il conte Ercole E­stense Mosti, il conte Ettore Ca­pialbi, , il marchese Gagliardi con alcuni suoi familiari, l’onorevole Raffaele De Cesare illustre storico e le autorità civili e militari del tempo. Lo storico Raffaele De Cesare pubblicò, in un opuscoletto intitolato « Museo di espiazione al Castello di Pizzo », una sua lettura tenuta al Circolo Filologico di Napoli il 10 Maggio 1911. Ecco quan­to egli scrisse a proposito di quelle ricerche:

—   « ...Sulla tradizione locale e sulla testimonianza del Condoleo, contemporaneo, Ettore Capialbi e­ra persuaso che il corpo di Gioacchino Murat fosse stato sepolto nel­la nuova Chiesa Matrice dedicata a San Giorgio Martire, e precisamente nella terza fossa... e che in questa avesse avuta sepoltura un pezzente notissimo di Pizzo; e non più nessuno.  Facile dunque ricercare le ossa del Re, che aveva sta­tura di gigante, copiosa e folta ca­pigliatura,  e denti bellissimi. Ave­va 48 anni ed era nel vigore della vita. Era stato fucilato indossando una giubba coi bottoni di metallo,  c calzando stivali, cui erano at­taccati gli speroni. ...Tale sicurezza mosse la nobile contessa Letizia Rasponi, figlia di Luisa Murat, ad accogliere l’invito di andare a Pizzo a rinvenire, dopo 84 anni, i resti mortali del suo avo, che si sarebbero raccolti e portati alla Certosa di Bologna. ...Si aveva la certezza di trovare i resti di Gioacchino, che di  accordo si era stabilito, ripeto, di trasportarli nella Certosa di Bologna dov’è il gran monumento di lui, opera mirabile del Vela. Nel tempo stesso sì sarebbe trasportato da Firenze il feretro della regina Carolina; nonché quelli delle loro figlie, Luisa Rasponi e Letizia Pepoli. ... Si partì da Roma il 22 aprile 1899 è si giunse a Pizzo nelle ore pomeridiane del 23. ...Al tocco del 24 Aprile era fissata la cerimonia. Il popolo di Pizzo si affollava innanzi alle porte della Chiesa, così che fu necessario, che soldati e carabinie­ri le proteggessero da una invasione. Tutti volevano assistere a quel­la funzione, così nuova nella loro storia. Il parroco indossò la stola, e a capo di preti e chierici, aprì il corteo intorno alla sepoltura, benedicendola con l’aspersorio. Poi cominciò l’operazione di sollevamento del coperchio, la quale fu lunga, poiché la fossa, da oltre   sessant’anni non più aperta, era fermata da arruginite spranghette di ferro. Ci vinceva tutti una commozione che si può immaginare. Ma, ahimè, scoperchiata la fossa, avemmo il più desolante disingan­no: la sepoltura è piena di ossami sino all’orlo. Vi discende un operaio ed esplora; si  vede qualche piccola cassa che va in polvere appena toccata. Ci guardiamo, quasi non fiatando. Cade tutto quel castello di congetture, che ci aveva condotti al Pizzo! Non è possibile alcuna sicura ricerca in tali condizioni. Si apre la seconda fos­sa, e poi la terza, ma sono tutte ricolme di ossami. Un raggio di sole, penetrando nella buca di mezzo, fa nota una circostanza, che nessuno  sapeva o immaginava.

Non erano tre sepolture distinte sul pavimento della Chiesa, ma una sola, con tre bocche. Durante il colera del l837, che menò  stra­ge in Pizzo, i cadaveri furono buttati in quell’unica sepoltura dalla bocca di mezzo; e poi, allargati a destra e  a sinistra, fino al punto che il sotterraneo si riempi tutto; e rinchiuso, non fu più violato. Ta1e circostanza non era nota a nessuno. ...Non vi era da far al­tro, che accettare 1’insuccesso, e redigere, dopo cinque ore di lavo­ro, e assai malinconicamente, un verbale... ».

Il verbale,compilato dal segretario comunale del tempo, confer­ma quanto dice il De Cesare e porta in calce le firme di tutti i partecipanti alle ricerche.

Dalla descrizione del De Cesare emerge la circostanza che non era­no tre tombe distinte, ma tre botole che immettevano in un uni­co sotterraneo. Sicuramente il fat­to non era noto neanche alle autorità borboniche del 1815 che, di­versamente, non avrebbero consen­tito l’apertura della tomba dopo l’inumazione in essa di Murat. Dai registri custoditi nell’Archivio Parrocchiale della Chiesa Matrice ri­sulta che nei giorni successivi alla inumazione dl Murat, altre salme furono seppellite, nell’unica fossa comune esistente nella Chiesa e tali inumazioni continuarono neg1i anni seguenti sino all’ultima av­venuta il giorno undici  Dicembre dell’anno 1837. Sul finire di quell’anno, si verificò, infatti, una epi­demia di colera che mietè centi­naia di vittime nella sola Pizzo, per cui, sospese le inumazioni , nel­le Chiese, lo stesso giorno undici Dicembre 1837, iniziò a funziona­re un picco1o camposanto costruito nel fondo rustico denominato « Gallo » di proprietà dei marche­si Stillitani di Pizzo. Questo pic­colo cimitero, del quale si possono osservare ancora i ruderi del muro di cinta e di alcune tombe, funzionò per pochissimo tempo ed in esso vi furono seppellite le salme di 136 colerosi.

L’editto napoleonico di Saint Cloud non era ancora operante in quel tempo a Pizzo per cui, cessata l’epidemia di colera, il giorno 3 Maggio del l838 ripresero le se­polture nelle Chiese ad esclusione di quella di San Giorgio Martire la cui unica fossa comune era sta­ta colmata fino all’orlo con l’epi­demia colerosa dell’anno preceden­te.

Nell’autunno del 1976 iniziaro­no i lavori di restauro della pavi­mentazione della Chiesa Matrice e con un gruppo di amici pregammo Mons. Giuseppe Pugliese, arcipre­te della Collegiata, di consentirci di praticare un piccolo Foro sulla terza botola della navata centrale per poter osservare l’interno della tomba che, notoriamente, era quel­la nella quale era stato seppellito Gioacchino Murat. Era, pensam­mo, l’unica occasione che si pre­sentava dato lo stato di smantel­lamento del vecchio pavimento e, sicuramente, un’opportunità ana­loga difficilmente si sarebbe ripre­sentata. Il buon Mons. Puglièse, sensibile alle nostre insistenti pre­ghiére, ma alquanto titubante per 1’immancabi1e clamore che il fat­to avrebbe suscitato, ci consentì l’apertura del foro a condizione che l’operazione avvenisse nel mo­do più sbrigativo e alla presenza del sindaco del tempo Dott. Do­menico Crupi. Infatti la sera del 6 ottobre, armati di martelli e scal­pelli, muniti di grosse lampade e di macchine fotografiche, riuscimmo ad aprire un foro di circa 30 cen­timetri di diametro, appena suffi­ciente per poter osservare l’inter­no della tomba, introdurre una lam­pada e scattare alcune fotogra­fie. L’interno della tomba corri­spondeva esattamente alla descri­zione fatta dal De Cesare: si no­tava un ammasso di ossa spesso, ricoperte con della calce bianca  disinfettante, si notava qualche cassa infracidita ed era evidente che si trattava di un unico sotter­raneo. Dopo circa un’ora di atten­ta osservazione il foro fu rinchiu­so con del cemento.

Con gli amici appassionati di storia locale formammo subito un comitato permanente con l’intento di trasformare il castello di Pizzo in museo murattiano. Furono svi­luppate le fotografie scattate all’in­terno della tomba e alcune copie furono spedite a « Les Amis du Musée Murat », un’associazione murattiana di cui anche noi faccia­mo parte, che ha sede a La Bastide Murat (Francia).

Alcuni giorni dopo, osservando attentamente una delle fotografie scoprimmo, confuso nel mucchio di ossa, un particolare sensaziona­le: nientemeno che uno stivale di foggia napoleonica con un qualco­sa che sembrava uno sperone si­tuato nella giusta posizione, chia­ramente visibili. La medesima sco­perta fecero gli amici del Museo murattiano in Francia e provvide­ro subito a far venire a Pizzo il Console Generale di Francia a Na­poli Sig. Gerard Serre. Non era possibile che la sera del 6 Otto­bre ,fosse sfuggito all’osservazione diretta e attenta dell’interno della tomba a diverse persone un par­ticolare di tanta importanza.  Il fatto suscitò quel clamore paven­tato da Mons. Pugliese ed ebbe grande risonanza.

Il 28 novembre 1976, alla pre­senza di un gruppo di fotografi professionisti muniti di sofisticate apparecchiature fotografiche, gui­dati dall’illustre Prof. Dott. Achil­le Canfora direttore dell’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Napoli, coadiuvati dagli amici del Comitato Murattiano di Pizzo, alla presenza dell’Ufficiale Sanitario Dott. Mimmo Antonetti, del No­taio Dott. Nunzio Naso e del co­mandante dei carabinieri mare­sciallo Enrico De Ruvo, fu riaper­to il foro per fare osservare la tom­ba al prof. Canfora e per fotogra­farla ripetutamente. Il Prof. Canfo­ra, conclusa l’osservazione dell’in­terno della tomba, tracciò un programma di operazioni preliminari e di successive ricerche da ese­guirsi su basi scientifiche, non na­scondendo un certo ottimismo cir­ca la buona riuscita della identi­ficazione dei resti mortali del pro­de guerriero.

Da notare che ricerche vere e proprie non furono mai svolte,  poi­ché sia nel 1899 che nel 1976 si trattò di semplici ricognizioni vi­sive che non ebbero seguito alcuno.

Dalla seconda ispezione della tomba eseguita il 28 novembre 1976 non emerse nulla di utile per indi­viduare il misterioso stivale chia­ramente visibile nella fotografia scattata la sera del 6 Ottobre del­lo stesso anno, né dall’osservazio­ne visiva diretta, né dalla numerosa serie di successive foto. Si trat­tò di un provocante gioco d’ombre, o di un segno premonitore dello spirito di Gioacchino Murat che, a distanza di 161 anni dalla fu­cilazione, implora almeno una più degna sepoltura?

Certamente il miraggio di quello stivale servì a caricare ulteriormen­te l’entusiasmo dei componenti il Comitato Permanente per le Ono­ranze a S. M. Gioacchino Murat, il quale Comitato, ricco di fervore ma poverissimo di mezzi, riuscì solamente a sostituire, sulla tomba dell’Achille di Francia, la vecchia e mal ridotta lapide marmorea con una nuova recante la seguente i­scrizione:

« Qui è sepolto il Re Gioacchino Murat. La Bastide Fortu­niére  25.3.1767 - Pizzo 13.10. 1815 ».

 Ma la storia non termina con questi episodi. I Pizzitani non vogliono che le cose  restino così in eterno. Ai nostri tempi esiste l’Associazione  Culturale  Gioacchino Murat la quale si ripropone gli obiettivi di sempre. Qualche cosa ha già fatto, anche se resta ancora molto da fare. Essa ha contribuito alla fondazione del Museo Provinciale Murattiano e contribuisce alla gestione dello stesso. Ha proposto e realizzato la Biblioteca Provinciale Murattiana che ad oggi accoglie circa 500 volumi su Murat e la sua epoca. Ha  ideato e proposto progetti, in itinere, per la realizzazione di un bassorilievo in marmo da porre all’interno della Chiesa di San Giorgio ad eterno ricordo del Re e per la realizzazione di una statua a tutto tondo del Re a cavallo. La figura del Re Gioacchino Napoleone grande nel valore così come nella sfortuna  vive  a Pizzo dall’Ottobre del 1815 e tale sarà per sempre. La sua è una presenza reale, tangibile nei luoghi  che videro la sua passione e morte. Gli uomini così come le cose  si possono distruggere, i miti vivono per sempre.    

 

 


 

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