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Il Regno di Federico II e la decimazione dei Sanseverino: la prima congiura dei Baroni.

STORIA MEDIEVALE > I DOMINATORI > BREVE STORIA DELLA FAMIGLIA DEI SANSEVERINO
Il Regno di Federico II e la decimazione dei Sanseverino: la prima congiura dei Baroni.
Nel 1220 il regno passa a Federico II di Svevia, che dimostra subito antipatia per i baroni. Infatti, dopo qualche anno, ne fa incarcerare diversi, tra i quali Giacomo Sanseverino, con l’accusa di non avergli fornito sufficienti milizie per contrastare le invasioni dei saraceni in Sicilia. E’ questo un ulteriore attacco alle autonomie signorili che finisce per ritorcersi contro la corona.
Spogliato dei suoi feudi, incamerati dalla regia Camera, Giacomo viene obbligato a partecipare alla crociata del 1227, ma muore di peste prima dell’imbarco per la Terra santa.
Nel 1229 i feudi della famiglia vengono restituiti al terzogenito Tommaso I, che per entrarne in possesso assume toni concilianti nei confronti della corona. Tuttavia le mire di Tommaso sono rivolte alla contea di Marsico, la cui acquisizione gli consente di fregiarsi finalmente del titolo di conte.
L’occasione gli si presenta nel 1239, anno in cui Marsico viene incamerata dalla regia Corte poiché Giacomo Guarna, che ne è il titolare muore senza eredi. Per entrarne in possesso, Tommaso rinuncia ai feudi di S. Severino e del Cilento, inoltre versa al demanio svevo a titolo di conguaglio mille once d’oro. Tommaso sposa Perna de Morra, dalla quale ha due figli, Guglielmo e Ruggero. L’epoca in cui egli vive è caratterizzata dal conflitto tra l’imperatore e il papa.
All’avvento di Federico II sul trono di Sicilia la lotta tra le due alte potestà si concentra intorno alla supremazia sull’isola. Da una parte Federico si sforza di affermare l’autonomia del regno dalla Chiesa, dall’altra Innocenzo IV rivendica il potere del papato sulla Sicilia, già patrimonio di S. Pietro in epoca normanna.
Come i suoi avi, Tommaso parteggia per il partito del papa, benché pubblicamente ostenti una velata devozione verso l’autorità imperiale.
Nel 1245 l’opposizione e la resistenza dei comuni lombardi, assoggettati da Federico, impegnano quest’ultimo con le sue migliori energie sui campi della Lombardia. Egli non sospetta quanto si va tramando alle sue spalle, convinto com’è di godere della fedeltà del popolo, che ha favorito con l’emanazione di leggi volte a tutelarlo dalle angherie dei baroni. Uscito vincitore da quel conflitto Federico è costretto a fronteggiare l’anno successivo una congiura organizzata dal partito del papa nel regno di Sicilia. Alla congiura prendono parte eminenti personalità politiche e militari e potenti baroni del regno, tra i quali Tommaso e il figlio Guglielmo.Ma la trama dei congiurati viene scoperta per il tradimento di alcuni di essi. L’imperatore, che è in vacanza a Grosseto, viene avvertito da Riccardo Sanseverino, conte di Caserta e suo genero, di quanto si va tramando alle sue spalle. Informati del fallimento della congiura, Tommaso e Guglielmo riparano nel loro castello di Sala Consilina, dove si trincerano in attesa degli eventi; altre decine di congiurati si chiudono nel munitissimo castello di Capaccio.
Federico, consapevole della gravità del momento, ritorna nel regno per fronteggiare personalmente la situazione.
Del fallimento della congiura viene avvertito anche il papa, esule a Lione. Innocenzo in breve tempo organizza e invia un contingente militare in soccorso degli assediati, ma l’esercito papale viene intercettato e sconfitto dalle milizie di Marino d’Eboli, alleato dell’imperatore. Neutralizzata anche una seconda spedizione promossa nuovamente dal papa, si profila per i cospiratori la tremenda vendetta di Federico. A Riccardo Sanseverino viene affidato l’incarico di portare l’assedio al castello dove sono rinchiusi gli odiati cugini. Dopo una lunga e strenua difesa la fortezza di Sala con i suoi assediati capitola. Tommaso e Guglielmo con alcuni familiari viene rinchiuso nelle carceri del castello in attesa della condanna. Dell’impresa più ardua, la conquista del castello di Capaccio, si occupa personalmente l’imperatore, che solo ricorrendo ad uno stratagemma riesce ad ottenere la resa dei cospiratori, dopo ben quattro mesi di assedio. La vendetta dello Svevo è di inaudita crudeltà. I congiurati (circa centocinquanta) con i loro soldati vengono orrendamente mutilati e finiti dopo inenarrabili sevizie. Stessa sorte tocca a Tommaso e al figlio Guglielmo. Le donne, in catene, vengono invece trasferite nelle carceri di Palermo.
La famiglia dei Sanseverino andò completamente distrutta ad eccezione del piccolo Ruggiero, ultimo figlio di Tommaso, della madre Perna de Morra, della giovane sposa di Guglielmo, Maria d’Aquino, e della piccola Caterina, sua figlia.
Il piccolo Ruggero, secondo Conte di Marsico, Principe di Sanseverino, Diano, Sala e Atena,  fu accolto a Lione da Papa Innocenzo IV, anch’egli esule, e crebbe alla sua corte ove in seguito sposò una nipote dello stesso Papa e precisamente  N.  Fieschi, figlia di  Opizzone Conte di Lavagna e Patrizio di Genova  e di Simona, nipote del Papa Innocenzo IV.
Regnando Manfredi, il Papa poté tornare in Italia entrando a Napoli  il 27 ottobre del 1254. In questo clima di riappacificazione Ruggiero riottenne il suo feudo.
Ma non tardarono a cambiare le cose e così il Sanseverino, da sempre sostenitore della Chiesa, si schierò contro Manfredi rendendosi anzi principale sostenitore della lotta contro lo Svevo. Per questo Manfredi gli tolse nuovamente il feudo che diede a Giordano d’Anglano. Ruggero combatté valorosamente nello scontro del febbraio del 1266 che culminò nella  cruenta battaglia di Benevento. In un momento in cui gli angioini stavano per sbandarsi, egli, messa sulla punta della spada una camicia intrisa di sangue, tolta ad un soldato morto, l’additò quale vessillo agli angioini e, riunitili, li menò alla vittoria. Pare che da quest’episodio tragga significato lo stemma dei Sanseverino: una banda rossa in campo d’argento.
Tornò nuovamente in possesso dei suoi feudi,  ed in questo periodo troviamo al suo fianco la seconda moglie Teodora d’Aquino, figlia di Landolfo Principe di Roccasecca e di Teodora  sorella di San Tommaso d’Aquino.
Nel 1272 il re Carlo gli affidò il Vicariato di Roma. Nel 1276 gli fu affidata la spedizione incaricata di portare rinforzi e vettovagliamenti ad Avallone, in Albania. Nel 1277 il re lo creò suo Vicario nel Regno di Gerusalemme, regno che l’Angioino ottenne proprio grazie all’impegno diplomatico e militare del Sanseverino che in quell’occasione molto si avvalse dell’aiuto dei Templari.
Nel 1284 gli fu affidata  da Carlo, principe di Salerno e, a quel tempo, Vicario Generale di suo padre Carlo I d’Angiò, la custodia e la difesa  della città di Salerno dai ribelli (era il tempo dei Vespri Siciliani), mentre Tommaso, figlio di Ruggero e di Teodora, che dallo stesso principe era stato nominato capitano a guerra  era stato spedito a difendere il litorale che da Salerno va a Policastro.
Ruggiero morì nel 1285 nella contea di Marsico.
Di Tommaso aggiungiamo che molto sentì l’influenza del santo zio Tommaso che più di una volta aveva soggiornato al castello di Sanseverino ove ebbe una delle sue estasi; si interessò  attivamente per la glorificazione dello Zio.
Fondò  poi a Padula la Certosa in onore di San Lorenzo.
Tommaso Sanseverino 3° Conte di Marsico, Barone di Sanseverino, Principe di Diano, Sala, Atena, ecc., Principe di Tricarico si sposo due volte. Delle due mogli a noi interessa la prima  moglie che fù Isnada de Courban figlia di Amelio Principe di Courban dalla quale ebbe Enrico che è poi divenuto Gran Connestabile del Regno di Napoli nonché Conte di Mileto avendo sposato Ilaria de Lauria figlia di Ruggero di Lauria Ammiraglio della Catalogna e di Margarita Lancia. Per cui i Sanseverino pure essendo guelfi e sempre dalla parte degli Angioini, hanno acquisito la Contea di Mileto e quindi la Terra del Pizzo sotto il Regno degli Aragonesi.
A Mileto come altrove nel regno di Napoli, i Sanseverino del resto agli Angioini dovevano rimanere attaccati fino alla fine di questi, successivamente passando a parteggiare coi francesi in ogni tempo, al punto che essi si diedero a sostenere il duca di Guisa persino durante la sollevazione di Masaniello del 1648.
Il problema dei baroni nel regno di Napoli viene affrontato risolutamente, come già aveva fatto Federico Il, da re Ladislao. Egli usa metodi. diversi per giungere alla sottomissione e por fine alle continue pretese e rivendicazioni di potere: si serve dell'astuzia e della forza, e anche del terrore. Ai Sanseverino viene riservato il terrore. Nei 1405 egli si impadronisce di alcuni fra i più eminenti membri della famiglia, attirati a Napoli con  l'astuzia, e li fa strangolare nelle carceri di Castelnuovo. Recano a proposito i Diurnati di Monteleone: "Et po' le gettava et ly cane selle mangiaro". I superstiti Sanseverino vengono battuti uno dopo l'altro. Parecchi fuggono terrorizzati fuori del Regno.
Vi rientreranno tuttavia, e durante la Congiura dei Baroni del 1486 troviamo tra i più attivi il conte di Mileto, Carlo Sanseverino, il quale trovò modo di sollevare tutto il contado. Quest'ultimo, intorno al 1420, era stato messo a ferro e fuoco dai soldati di Giovanna I, guidati dal ben noto Camponeschi dell'Aquila. Quindi, nel 1443 era stato ceduto da re Alfonso d'Aragona a Nicolò d'Arena, conte di Arena. Ritornò tuttavia esso ben presto in possesso dei Sanseverino, che lo riebbero dopo una convenzione stipulata con lo stesso conte d'Arena presso Soriano nel dicembre del 1455, essen¬do arbitro delle parti in causa il vescovo di Mileto, Antonio Sorbilli.
Precede di circa un ventennio la Congiura dei Baroni il pas¬saggio per la zona di San Francesco di Paola (1464): evento tutto spirituale, che non ha nulla da dividere con le feroci lotte soprag¬giunte in questo tempo. Il Santo sostò a Jonadi, casale allora di Mileto, ospite di casa Carlizzi, e da un poggio, dove più tardi fu fatto sorgere un monastero dell'ordine dei frati minori, benedisse tutta la contrada. Al principio del secolo era stato fondato, ad opera soprattutto della contessa Gilda de Marolis, l'ospedale civile, mentre nel 1449 era stato istituito nella cittadina il Seminario diocesano essendo vescovo dal 1435 il Sorbilli; creazione quest'ultima che sottintendeva il delinearsi ed il farsi di un centro di cultura, oltre che di studi, ragguardevole, come d'altronde si può notare nello svolgimento della storia culturale della cittadina, dove, appunto cultu¬ralmente, assai viva ed avvertita fu sempre la presenza dei docenti di questo istituto, oltre che dei canonici della cattedrale.
Alla congiura dei Baroni i Sanseverino dei rami di Calabria partecipano, oltre che con il conte di Mileto, Carlo, anche con Girolamo principe di Bisognano. In tutto il regno di Napoli essi del resto costituiscono con le loro diverse diramazioni una delle forze maggiori dei congiurati. Sicché, quando la Congiura fallisce e i baroni vengono abbandonati da papa Innocenzo VIII, la reazione di re Ferdinando d'Aragona, come si sa, è ben violenta e si esprime contro di essi, come contro tutti gli altri nobili del regno che vi avevano partecipato. Mileto così, naturalmente subisce a sua volta la sorte delle città che erano state ribelli al sovrano, e registra nella sua cerchia nuove violenze, che ancor più efferatamente si ripeteranno qualche anno più tardi, dopo il fallimento della prima spedizione francese nel regno di Napoli. La calata di Carlo VIII (1494) trova difatti le Calabrie tutte compatte, pronte a parteggiare per i Francesi. Così è anche a Mileto, dove gli spagnoli di Federico II d'Aragona, rifugiatosi in Sicilia, tornano soltanto due anni più tardi, nel 1496, sotto le insegne del Gran Capitano Consalvo di Cordova e quelle di Luigi d'Aragona. Poiché il centro è stato particolarmente attivo nel parteggiare per i francesi, stupri, violenze e incendi avvengono in ogni dove. La cittadina è anzi praticamente rasa al suolo e resa "priva di popolo e di beni ". E' proprio di questo tempo il deli¬nearsi di un suo ulteriore decadimento. E un cronista del XVIII sec., di cui citeremo alcune pagine più avanti, poteva così considerare che anche nel sec. XVI, e non soltanto nei suo, gli abitanti nel complesso raggiungevano o superavano di poco la cifra di duemila. E ciò nono¬stante che molto pingue fosse e certo ricco di un adeguato splendore il consistere ed il manifestarsi delle attività della Sedia Vescovile, e che Mileto continuasse ad avere giurisdizione su molti villaggi, che alla fine del Quattrocento, come del resto più tardi, alla fine del Seicento, erano quelli di "San Giovanni", "Comparno", "Paravate", "Jonade", "Naò", "Cotofani" e "Calabrò", coll'insieme dei quali allora doveva accrescersi intorno "alla somma di cinquecento fuochi" (tremila abitanti).
Nel 1501 Onorato Sanseverino, conte di Mileto e, al solito, partigiano dei francesi, viene accusato di tramare con essi a danno della casa d'Aragona. Federico Il lo fa imprigionare. Ma il Sanseverino l'anno successivo, in seguito alla calata di Luigi XII, subito si schiera col re francese, e attivamente si adopera nelle Calabrie a far sollevare i residui di terre, quali Gerace, Seminata, e altri territori, rimasti fedeli agli Aragonesi. Poco più tardi (1503), passato dalla Sicilia alle Calabrie con un esercito spagnolo Don Ugo di Cardona, si scontra questi con le truppe del Sanseverino e le sconfigge. L'epi¬sodio è riportato dal Guicciardini[2]: "Non procedevano già con simile prosperità le cose de' Franzesi nel Regno di Napoli, avendo insino nel principio di quest'anno (1503> cominciato a difficultarsi. Imperocché essendo il conte de Meleto con gente dei Principi di Salerno e di Bisignano a campo a Terranuova, passò da Messina in Calabria Don Ugo di Cardona con ottocento Fanti Spagnuoli, i quali stati a' soldi di Valentino aveva condotti da Roma, e con cento cavalli e ottocento Fanti tra Siciliani e Calabresi; e giunto a Seminara si mosse verso Terranuova per soccorrerla. il che intendendo il Conte di Meleto, levatosi da Terranuova, andò per incontrargli. Camminavano gli Spagnuoli per una pianura ristretta tra la montagna e una fiumara, che mena pochissima acqua ma che si congiunge alla strada con un argine; e i Franzesi superiori di numero camminavano all'incontro di sotto al fiume, desiderosi di tirargli al luogo largo. Ma vedendogli procedere stretti e in ferma ordinanza, dubitando che, se non tagliavano loro la strada, non si conducessero salvi a Terranuova, passarono per assaltargii di la' del fiume, dove preva¬lendo la virtù dei fanti Spagnuoli esercitati nella guerra, e no¬cendo molto ai Franzesi il disavvantaggio dell'argine, furono rotti". Non molto dopo, continua il Guicciardini, "arrivarono di Spagna a Messina per mare dugento uomini d'arme, dugento Giannettieri e duemila fanti, guidati da Manuello di Benavida... I quali pas¬sati da Messina a Reggio di Calabria... andarono ad alloggiare a Losarno (Rosarno), propinquo a cinque miglia a Calimera, nella qual Tetra due dì innanzi era entrato Ambricort con trenta lance, e il conte di Meleto con mille fanti, e presentatisi la mattina in sul far del di alle mura, dove non erano porte, ma solamente la sbarra, prese a morte prima le sentinelle, la espugnarono al secondo assalto benché francamente si difendessero; dove rimase morto il capitano Spirito, Ambricort prigione: e il conte di Meleto rifuggito nella tocca si salvò, perché i vincitori si ritirarono a Terranova, temendo d'Obignì, che con trecento lance, tremila forestieri e duemila del paese si approssimava ".
Onorato Sanseverino si rifugiò a Cosenza, rimasta francese. Egli della famiglia Sanseverino, sarà l'ultimo conte di Mileto, dato che il contado, una volta riaffermatisi gli spagnoli sul regno di Napoli, passa in altre mani. A proposito di questa famiglia, col complesso delle sue diramazioni e dei suoi esponenti in tutto il Regno di Napoli, doveva annotare il Croce[3]: "I loro interessi erano affatto materialistici, o di capriccio e di offeso orgoglio e di irrequie¬tezza; e tutt'al più, seguivano talvolta certe affezioni e tradizioni di famiglia alle quali erano non solo per interesse ma per vaghezza legati... Ribelli a Federico Il e profugo l'unico d'essi clic scampò all'eccidio fattone dallo svevo; nemici irreconciliabili agli svevi e fedeli agli angiomi; ribelli ai durazzeschi e fautori del ramo angioino di Francia, e di nuovo perciò messi a morte o salvatisi con l'esulare quando Ladislao ebbe il sopravvento; ribelli da capo agli aragonesi e spenti alcuni da re Ferrante, e altri esuli alla corte di Francia, e tornati nel regno con l'esercito di Carlo VIII; resistenti ultimi a Ferrante Il, e di nuovo ribelli a re Federico, e finanche sotto la dominazione spagnuola e l'impero di Carlo V nuovamente ribelli, condannati nel capo ed esuli in Francia; e, perfino nella sollevazione di Masaniello soli o quasi tra i baroni che passassero alla parte del popolo e del duca di Guisa, per ossequio ai loro maggiori ed amore alla Francia ". Né v'è motivo che questo giudizio venga modificato.
Quanto alla contea di Mileto, questa, una volta tornata la pace e riassettatasi la monarchia spagnola sul trono di Napoli, viene assegna¬ta a Don Diego de Mendoza da Carlo V (1512), che passa per Mileto durante il suo viaggio in Calabria del 1535. Ma nel 1592 la stessa contea verrà trasformata in un principato, dato in dotazione ai Gomez De Silva, Grandi di Spagna, Duchi dell'Infantado. Questi tuttavia, che manterranno il loro potere fino all'anno dì eversione della legge sulla feudalità, accaduta nel 1807, in genere faranno reggere i loro domini da governatori, vicari e amministratori. Così ad esempio, nel 1617 catapano per i Gomez De Silva in Mileto è Stefano Attesani; nell'anno 1700 è invece Don Pietro Ortado de Mendoza, cavaliere dell'Ordine di Calatrava, governatore, amministratore e vicario anche di Francavilla. Il principe di Mileto era difatti in aggiunta duca di Francavilla, e barone di Pizzo, Francica e Caridà. La sua investitura, che il più delle volte si travasava sul procuratore o vicario generale, avveniva di solito con grande solennità nella Cattedrale. Incontro al Principe, quando pur vi faceva il suo ingresso, si recavano il Capitolo, seguito da tutto il clero, dai seminaristi e dal pallio. Sotto il pallio egli veniva ricevuto, e le mazze di quello erano sostenute dai nobili della città. Nel mentre poi si cantava il "Te Deum",   il popolo seguiva, veniva egli condotto in catte¬drale facendolo passare sotto diversi archi, appositamente eretti e preziosamente addobbati. La stessa cattedrale era infine tutta preparata ad accoglierlo con guarnizioni, fiori e "tuselli".


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