IL FERRAGOSTO CHE VORREI Pubblicato da Giuseppe Pagnotta – 16/8/2016 16:39:00

IL FERRAGOSTO CHE VORREI

Pubblicato da Giuseppe Pagnotta in Pizzo · 16/8/2016 16:39:00
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IL FERRAGOSTO CHE VORREI. Ieri Pizzo era strapiena di gente.Spiagge affollate, Piazza della Repubblica con i tavolini tutti esauriti. Prenotare un pranzo o una cena nei locali di Pizzo se non impossibile certamente difficoltoso. Città pulita, aspetto decoroso, traffico difficile ma non impossibile. I problemi della spazzatura di Vibo Capoluogo, del mare sporco di Nicotera visti da Pizzo sembrano lontani mille miglia, anche se nella realtà sono molto vicini a Noi. Bene. Quindi tutti contenti e soddisfatti. Ebbene NO. Perchè tra pochissimi giorni tutto è finito e prima che ritorni di nuovo questo periodo di grazia i PIZZITANI devono aspettare un anno. “Volaru a ciej” dice un proverbio pizzitano. A questo punto è doveroso chiedersi se questo è il nostro destino oppure come la “maledizione di Gioacchino” si può fare qualche cosa.

Basta guardarsi in giro sollevando lo sguardo non verso chi sta peggio di noi, ma più in alto verso le vere località turistiche balneari. Ma siamo proprio sicuri che Taormina, Sorrento, Capri, ecc. sono nate direttamente al TOP oppure ci sono arrivate con impegno, sacrifici e tanto lavoro.
Pizzo, sono convinto, ha tutto quello che serve per raggiungere quelle mete. Ferragosto tutto l’anno. Questo è l’obiettivo che si dovrebbe porre qualunque Amministrazione Comunale, qualunque operatore economici e qualunque Associazione operante nel nostro territorio. Le Città turistiche lavorano tutto l’anno e non solo a Ferragosto. Con i proventi agostani le aziende sopravvivono appena e non c’è le fanno a creare risparmio ed investimenti che sono la vera ricchezza, ne tanto meno a creare posti di lavoro stabili che sono la vera ricchezza della Comunità. Questo progetto richiede il lavoro e l’impegno di tutti. Ognuno nel proprio piccolo deve dare il proprio contributo, la Direzione ed il Coordinamento di questo progetto spetta in primis al Sindaco ed a tutta l’Amministrazione Comunale. I quali anche se fanno, come a Pizzo stanno facendo in gran parte, devono essere sempre incoraggiati per migliorare quello che stanno facendo e stimolati con programmi, progetti, idee ed appelli per fare quello che non fanno e minacciati di bocciatura alle elezioni amministrative se non fanno niente o poco.
I Comuni oggi hanno pochissime risorse proprie da investire direttamente sul territorio, ma sono un potentissimo mezzo per convogliare sul territorio gli investimenti degli Enti Pubblici sovra comunali: Regione, Stato e Comunità Europea. Non solo ma hanno la grandissima responsabilità di creare le migliori possibili condizioni ottimali (il miele) sul proprio territorio per attirare gli investimenti privati. Ma non basta perchè anche i privati devono dare il proprio contributi organizzando eventi di grande risonanza durante tutto l’anno puntanto sui nostri punti di forza. Ad Altomonte organizzano più manifestazioni di quanti sono i giorni dell’anno. Guardandosi in giro gli spunti sono veramente numerosi. Da ultimo la Associazioni che si ricordano della loro esistenza solo ad Agosto. Si potrebbe iniziare con 1+1 e cioè un evento estivo ed un’altro evento tutto l’anno.
Pur rendendomi conto che le cose sono molto più complesse da come da me semplificate, pur tuttavia, da qualche parte si deve partire e queste mie considerazioni, sono convinto, potrebbero servire di spunto per una programmazione a medio lungo termine di sviluppo della nostra Comunità. Vincere una battaglia va bene, ma solo la vittoria della guerra da risultati solidi e duraturi. E Noi tutti per Noi ed i nostri figli siamo in guerra.

Tucci Vincenzo Pubblicato da Rosa Corallini – 26/7/2016 21:52:00

Tucci Vincenzo

Pubblicato da Rosa Corallini in libri · 26/7/2016 21:52:00
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Pizzo Calabro, 26.7.2016

Da: “Trascorre il tempo…”, di Rosa Corallini, Ed. 2009.
TUCCI VINCENZO, DI GUARINO – SOTTOTENENTE DEI BERSAGLIERI – MEDAGLIA D’ARGENTO (Rossano Calabro, 13.2.1915 – Hani-Delvinaki-Zervat (Fronte Greco), 19 novembre 1940.
“Comandante di plotone bersaglieri, da lui forgiato in granitico blocco di anime e di volontà, già distintosi per coraggio, audacia e sprezzo del pericolo, durante un movimento ciclo operativo in condizioni proibitive di clima, di terreno e di scarsezza di mezzi si prodigava volontariamente in rischiose missioni raggiungendo con audacia obiettivi assegnatigli e sottraendosi abilmente alle insidie avversarie.
In più giorni di aspri combattimenti alla testa del reparto, si lanciava ripetutamente all’attacco, con ardimento e slancio, rivelandosi trascinatore entusiasta e mantenendo indomiti i suoi bersaglieri al posto dell’onore e della gloria.
In una fase critica dell’azione incaricato di proteggere col plotone il ripiegamento della compagnia, sebbene affetto da un principio di congelamento, assolveva brillantemente il compito, sempre presente ove più violenta ferveva la lotta, animando con l’esempio del suo indomito coraggio i dipendenti alla resistenza.
Ricevuto a sua volta l’ordine di ripiegare, nonostante le gravi perdite subite dal reparto, si lanciava ala testa dei superstiti in posizioni dominante, riuscendo a sventare la minaccia di aggiramento sul fianco destro della compagnia.
Nel generoso slancio, al grido di “Savoia” cadeva mortalmente colpito da una raffica di mitragliatrice.
Prima di morire baciava le piume del suo elmetto simbolo della sua passione di bersagliere”.
Chi fu Vincenzo Tucci, Medaglia d’Argento? Non tutti lo sanno. Il campo sportivo di Pizzo è a lui intitolato e di fronte l’Edificio Scolastico di Piazza della Repubblica c’è una lapide di marmo a perenne ricordo delle sue gloriose gesta di eroe, collocata il 2.12.1947.
Nacque a Rossano Calabro il 13.2.1915, ma la sua giovinezza si sviluppò tutta a Pizzo Calabro fin da piccolo, dove seppe farsi una copiosa e sincera amicizia, riuscendo a conseguire il diploma di Ragioniere presso l’Istituto Commerciale di Vibo Valentia.
Fu bersagliere volontario conseguendo il grado di sottotenente, trovando coraggiosa morte sul fronte greco/albanese, a soli 25 anni.
La Medaglia d’argento al V. M. gli fu riconosciuta alla memoria, e il 5.1.1941 gli fu assegnata la laurea “Ad Honorem” in Economia e Commercio dall’Università di Roma.
Prima di partire come militare volontario fece parte delle prime squadre di calcio che si andavano formando, essendo molto talentuoso.
NOTA:
La campagna italiana di Grecia si svolse tra il 28 ottobre 1940 e il 23 aprile 1941, nell’ambito dei più vasti eventi della campagna dei Balcani della seconda guerra mondiale.
Vincenzo Tucci morì da eroe dopo appena 21 giorni dell’inizio della fallimentare campagna militare voluta da Mussolini, campagna che si aprì con un’offensiva del Regio Esercito italiano a partire dalle sue basi in Albania (controllata dagli italiani fin dall’aprile 1939) verso la regione dell’Epiro in Grecia, mossa decisa da Benito Mussolini al fine di riequilibrare lo stato dell’alleanza con la Germania nazista e di riaffermare il ruolo autonomo dell’Italia nel conflitto mondiale in corso. Malamente pianificata dal generale Sebastiano Visconti Prasca ed eseguita con forze numericamente insufficienti e scarsamente equipaggiate, l’offensiva italiana andò incontro a un disastro. Infatti, bloccato l’attacco nemico, le forze greche del generale Alexandros Papagos, appoggiate da unità aeree della Royal Air Force britannica, passarono decisamente al contrattacco respingendo le unità italiane oltre la frontiera e continuando ad avanzare in profondità nel territorio albanese. La sostituzione di Visconti Prasca, prima con il generale Ubaldo Soddu e poi con il generale Ugo Cavallero, non portò a grandi miglioramenti per le forze italiane, rinforzate in maniera caotica da un flusso disorganizzato di truppe e alle prese con una pessima situazione logistica; solo a fine febbraio 1941 il fronte italiano poté infine essere stabilizzato.
In marzo le forze italiane tentarono una massiccia controffensiva per respingere i greci dall’Albania, ma andarono incontro a un sanguinoso fallimento. La guerra si trascinò in una situazione di stallo fino all’aprile 1941, quando la Germania intervenne in forze nella regione balcanica: con un’azione fulminea, le truppe tedesche invasero la Jugoslavia e la Grecia, costringendole in poco tempo alla capitolazione. Benché vittoriosa nel finale, la campagna di Grecia si tradusse in un grave insuccesso politico per l’Italia, costretta ad abbandonare ogni pretesa di condotta autonoma e distinta dai tedeschi delle operazioni belliche.
foto di Orlando Accetta: Còsi sèri.
foto di Orlando Accetta: Còsi sèri.

La Grotta Azzurra di Pizzo Pubblicato da Giuseppe Pagnotta – 21/7/2016 23:07:00

La Grotta Azzurra di Pizzo

Pubblicato da Giuseppe Pagnotta in mare e coste · 21/7/2016 23:07:00
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La Grotta Azzurra di Pizzo

Fin dai tempo più remoti è sempre stata una meta ricercata dai curiosi e dagli innamorati con un vero e proprio exploit di visitatori durante il Regno dei Borbone. Di foto antiche di Pizzo il Web è pieno ma della nostra Grotta Azzurra finora non ne avevo viste. La presente la pubblico perché tutti, soprattutto i giovani, sappiano che cosa abbiamo perso.
A Pizzo troviamo due grotte, la più importante è la Grotta Azzurra la quale continua ad esistere nonostante l’ingresso sia stato quasi interamente coperto durante i lavori della costruzione della diga di protezione della parete rocciosa del Rione Carmine. Esattamente al centro di questa parete rocciosa, l’ingresso nascosto dalla terra di riporto può essere facilmente individuato per la presenza di arbusti ed alberi cresciuti nel tempo. L’ingresso è ancora sufficientemente ampio e le acque continuano a mantenersi limpide nonostante non sembra esserci nessun collegamento con il mare. Quando era sgombra, si presentava al visitatore con un ampio e comodo ingresso tale da consentire l’ingresso fino a due piccole barche insieme, la profondità era di circa tre metri all’ingresso e poi gradatamente e dolcemente risaliva verso il fondo della grotta che era circa a 100 metri dall’ingresso. Dopo l’ingresso si allargava e nel mezzo era presente un grosso blocco di tufo che cadendo dal soffitto di era spaccato in due parti creando in tal modo tane per pesci che ospitavano nutriti branchi di cefali e spigole. A volte anche delle piccole aragoste trovavano riparo all’interno della Grotta Azzurra, insieme a piccole cernie. Frequentissime le Murene. I riflessi delle acque viste da dentro verso l’uscite non erano nulla di meno delle più famose grotte della Costiera Sorrentina ed Amalfitana.

L’ebanista Francesco Papandrea di Monteleone testimone dello sbarco di Murat a Pizzo Pubblicato da Leonardo Calzona – 5/7/2016 20:02:00

L’ebanista Francesco Papandrea di Monteleone testimone dello sbarco di Murat a Pizzo

Pubblicato da Leonardo Calzona in Storia · 5/7/2016 20:02:00
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Testimonianza sullo sbarco di Murat a Pizzo (5/7/2016)
MEMORIE STORICHE
del bimensile “MONTELEONE” Marzo – Aprile 2014 Anno X n. 79 di Vibo Valentia
L’EBANISTA FRANCESCO PAPANDREA DI MONTELEONE TESTIMONE DELLO SBARCO DI MURAT A PIZZO
a cura dell’Avvocato Leonardo Calzona
Con la caduta di Napoleone furono abbattuti anche gli stati satelliti che aveva creato. Anche il Regno di Napoli, spodestato al cognato Gioacchino Murat, fu restituito al Borbone.
Il Murat, bravo guerriero e abile generale di Napoleone, si illudeva di godere ancora del consenso delle popolazioni del Regno anche perché fra le altre varie riforme, in parte anche ispirate alle idee della rivoluzione francese, aveva abolito i vari privilegi della nobiltà e del clero, favorendo, quindi, il popolo che veniva tiranneggiato e non godeva di alcuna tutela.
Si Illuse di poter riconquistare il Regno con l’aiuto del popolo da lui così beneficiato.
Sbarcava a Pizzo per cercare di poter da lì partire per riconquistare Napoli. Ma la cittadina gli fu contraria, specie l’ingrato popolaccio che lo dileggiò e insultò, e subito fu catturato e fucilato per ordine del Borbone che così eliminava quel pericoloso rivale.
Alla cattura assistette anche un ebanista di Monteleone, tale Francesco Papandrea che, abile artigiano, si era trasferito a Roma, aprendo una bottega.
Ed ecco una rivista “Il Buonarroti” (serie II, voi IV – quaderno IV anno 1869) traccia una breve biografia di questo artigiano riportando uno stralcio delle sue memorie che descrive la cattura dello sfortunato Murat.
Francesco Papandrea
“Un serto di fiori sulla croce che veglia al sepolcro di un illustre vecchio operaio, Francesco Papandrea: e i suoi occhi chiusi nel sonno dei “giusti sorrideranno un istante bagnati dalle lagrime della riconoscenza.”
E tu non avrai discaro, o nostro Buonarroti, se una di queste pagine a te intitolata ricorderà di lui.
Francesco Papandrea fu un nobile operaio, che toccava ormai gli ottantacinque anni di età, e viveva ancora del frutto giornaliero de’ suoi sudori, nell’uso della pialla, e del martello.
Nato in Monteleone di Calabria Ulteriore II nel 1783, aveva colà presso il suo padre esercitato la professione di ebanista. Dopo il 1820 venuto in Roma, vi aprì una modesta bottega, ove non tardò a farsi conoscere per quell’uomo abile ed intelligente che era. Per commissione di famiglie principesche, e segnatamente di D. Francesco Borghese, eseguì varii lavori per armadi, scrigni, scrivanie, pregevolissime per intagli, meccanismi, e congegni di parimenti segreti.
Intero di costumi, scelse a degna sua compagna un’ottima donna romana, Anna Garbani. Di quattro figli cresciuti all’amore, ed alle speranze della famiglia ne vide sparir tre, fiori di giovinotti, restandogliene in vita uno solo, ma cagionevole di salute, e bisognoso di aiuto. Il Papandrea per questa doppia sventura, che gli spezzava il cuore, pianse amaramente ogni volta, ma il dolore suo accrescendo quello della inconsolabile consorte e madre, fé cuore da eroe; a questa strinse la mano, e la guardò ad occhi asciutti. Lavoratore infaticabile, tirò innanzi l’arduo cammino della vita, inoltrandosi nell’età senile, e sempre riconoscendo nella possibilità del lavoro una benedizione del cielo. Sembra incredibile, come questo vecchio ottuagenario si levasse ogni mattina, e specialmente nel freddo inverno, assai prima del far del giorno, per mettersi in cammino da S. Carlo al Corso, nelle cui vicinanze abitava, e recarsi a Porta Cavalleggeri nello stabilimento meccanico dei sigg. fratelli Marzocchi, presso i quali era occupato come modellista fino dal 1839, e che dovevano a lui l’iniziamento primo del loro opificio. E questo tragitto, sì nell’andata e sì nel ritorno, costava più di un ora al suo passo lento e misurato.
Il buon operaio istruito e colto nella storia, era servito a meraviglia da una felicissima memoria di tutto quanto aveva letto in sua vita. E la sera in casa, dopo le dieci ore di lavoro giornaliero, soleva togliere al sonno una parte di tempo per la lettura, cosicché sappiamo che perfino in questi ultimi anni percorse la Storia universale del Cantù, la Storia universale della Chiesa Cattolica, gli Annali d’Italia del Muratori, la Sacra Bibbia del Martini, ed altri libri. Ma la sua lettura prediletta furono sempre le traduzioni italiane dei filosofi greci, e Plutarco sopra di ogni altro.
Fra le molte avventure della vita, ch’ei di sé ci narrava, e nelle quali spiccava sempre il suo carattere maschio ed onesto, vogliamo citar questa, che è di una certa curiosità nella Storia: « Io mi trovavo là, narrava egli, quando Gioacchino Murat co’ suoi ventotto fidi fece il funesto sbarco nelle vicinanze di Pizzo, ove fu poi fucilato. Una donna, cui era morto in battaglia un figlio soldato di leva nelle file del Murat stesso, si avventò come una jena arrabbiata sulla del malcapitato ex -re, appena lo ebbe riconosciuto; ed insultandolo colle parole, e con le mani, gli fece tali sfregi sul viso, che ne spruzzò sangue, Io, diceva il vecchio ma risoluto operaio Calabrese, a quell’atto brutale, usato verso un prode, che la morte aveva rispettato in tante battaglie, e che se doveva perire, non lo dovea per le unghie di un’ossessaa, fremetti, gridai, e muovevo a sostenerlo…»
Otto mesi prima della sua morte il povero Papandrea ebbe a provare l’ultimo colpo di sventura, che gli fu micidiale, la perdita dell’amata sua consorte. E il giorno 11 ottobre 1868 ei la raggiunse, come dobbiamo sperare, in cielo, ove ringiovanito per sempre godrà ora il guiderdone della pietà, dell’onestà, e delle fatiche, che tanto lo nobilitarono in terra.
Oh se tutti gli operai fossero così !
Noi inchiniamoci alla tomba di questo, che ne fu esempio carissimo. G.L.”.

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