Veduta panoramica di Pizzo del 1928 osservato dalla Marina.

RIFLESSIONI AD ALTA VOCE DI GIUSEPPE PAGNOTTA

Guardando questa foto dell’Istituto Luce del 1928 la commozione mi assale e mi vien quasi da piangere per come il mala politica e l’incapacità di molti sia operatori pubblici che privati hanno ridotto la nostra Marina, che resta sembra bellissima ma senza anima. Questa che vi propongo invece esprime non solo bellezza ma anche fascino e sentimento. Tante sono le riflessioni alle quali ci conduce l’osservazione di questa immagine del 1928. La prima è la presenza significativa, quasi ingombrante del maestoso arenile oggi quasi del tutto scomparso. Non si vedono molte barche almeno nella zona antistante la Loggia della Tonnara che si intravede sulla sinistra della foto. Però guardando con attenzione la foto un ammasso di imbarcazioni si intravede sul fondo della foto proprio sotto la parete rocciosa di tufo. Tutto il tessuto urbano che si intravede è praticamente lo stesso della foto del 1905 in precedenza commentata. D’altra parte esso anche oggi non è cambiato. L’immagine complessiva, il colpo d’occhio è sempre lo stesso. Differenze importanti riscontriamo osservando la Rupe. Essa a differenza presenza notevoli differenze al panorama odierno. Partendo dal Castello lo troviamo integro nelle sue strutture originali compresi i due ponti che conducevano all’ingresso dei quali uno successivamente è stato assorbito dalla strada Via Scesa Castello. Si notano già costruiti i 4 muraglioni di sostegno della Rupe con l’ultimo, il più basso attaccato al muro che proteggeva il condotto di collegamento del Forte della Monacella [Rotonda] ai sotterranei del Castello dai quali partiva come ancora oggi è possibile verificare. Condotto che costituiva sia una via di fuga dal Castello verso il mare, non immediatamente percepibile all’osservatore ostile esterno,  e che dopo l’armamento con cannoni da parte di Re Giuseppe Napoleone consentiva ai cannonieri di stanza nel superiore castello di raggiungere in un brevissimo tempo le postazioni di combattimento. La costruzione di questi muraglioni ha bloccato per sempre una via di collegamento preziosa che avrebbe evitato la costruzione dell’ascensore che da Piazza Benedetto Musolino porta fino alla Marina. Ascensore che scende tutto all’interno della parete rocciosa, che da molto tempo è stato completato e collaudato ma che ancora oggi non è reso fruibile alla città in quanto sembra non si riesca a trovare un ascensorista abilitato. Purtroppo anche quì c’è stato uno sperpero del denaro pubblico senza che sia mai stato cercato uno o più  responsabili da parte di coloro che sono addetti al controllo. Per dovere di completezza ricordiamo che esiste un’ulteriore collegamento verticale tra la Rupe e la Marina ed è quel sistema di grotta scavate nel tufo che partendo dal Palazzo del Marchese Gagliardi  (poi Opera Mutilatini) giunge ai piedi del Forte della Monacella. Ebbene pur disponendo di tre collegamenti verticali di cui uno meccanizzato attualmente nessuno di questo è operativo per cui alla Marina ci si và o in macchina o a piedi.  Da notare ancora che per il Forte della Monacella le uniche vie di accesso venivano dall’alto lungo i due percorsi appena descritti in quanto per ragioni di  sicurezza difensiva non era previsto nessun punto di collegamento con la sottostante Marina. Da ultimo si evidenziano nella loro smagliante bellezza gli scogli naturali separati tra di loro che confrontati con l’attuale anonimo molo artificiale nel quale con il tempo sono sono stati trasformati gridano vendetta per le violenze subite. Sono anche un ulteriore dimostrazione della necessità di tutelale l’ambiente naturale il quale è estremamente fragile e soccombente all’aggressività dell’uomo.

La Marina di Pizzo dopo il terremoto del 1905

Ritagliata tempo fa da una vecchia rivista Francese.
1905 dopo il terremoto. Francesco Napoleone

OSSERVAZIONI SULLA FOTO di Giuseppe PAGNOTTA.

Il terremoto non sembra abbia fatto grandissimi danni ai fabbricati della Marina. Si vede qualche baraccamento sulla spiaggia e nulla più, le case sembrano integre. Quello che colpisce di più è l’immenso litorale quale naturale proseguimento verso Sud di quello che si estende lungo tutto l’arco del Golfo di Sant’Eufemia Lamezia. Litorale sabbioso ormai completamente eroso dal mare a causa delle  barriere frangi flutto di massi in cemento o grosse pietre calate ad occhio senza un minimo di studio delle correnti marine caratteristiche del nostro Golfo. Sono veri e propri fiumi di acqua che scorrono nel mare e sono due: quella del Golfo che va da Nord verso Sud e quella del Faro nel senso inverso. Ebbene la dissennata azione svolta a protezione delle coste di è rivoltate contro le stesse privandole di enormi quantitativi di sabbia erosi dal moto ondoso e dalle correnti marini. Tempo fa ad un Convegno sull’erosione marina nel Basso Tirreno autorevoli studiosi parlando di Pizzo facevano notare ai Pizzitani che tutte le barriere frangi flutto lungo la Costa erano state poste in modo sbagliato. Fatto sta che la costa sabbiosa a Sud di Pizzo ormai non esiste più per le politiche ambientalista sbagliate del passato. Altro aspetto importante che emerge dalla foto è la flotta di barche a vela tirate a secco sulla immensa spiaggia. Erano lo strumento di lavoro principale dei Pizzitani sia come pesca che come trasporti marittini per lo più verso Napoli e la Costiera Amalfitana da dove poi i prodotti della Calabria raggiungevano il mondo. Un piccolo cabotaggio lungo la costa che consentiva di trasferire sui mercati di sbocco l’olio, i legnami, il ferro, i prodotti siderurgici, i pesci in salamoia, il tonno salato nelle botti e così via. Piccoli trasporti marittimi resi necessarie dalla mancanze di strade che erano rimaste quelle dell’Impero Romano, e che sono iniziati a venire meno con il completamento della linea ferroviaria che consentì il collegamento diretto della Calabria con il resto del Regno. Per il resto fortunatamente la Marina di Pizzo è cambiata poco rispetto alla struttura urbana che si vede nella foto, ed infatti conserva per intero il gusto dell’antico con tutte le comodità del mondo moderno.

Chiesa di San Francesco dopo il terremoto del 1905

Chiesa di San Francesco dopo il terremoto del 1905

Il terremoto della Calabria del 1905 fu un grave sisma che si abbatté sulla Calabria centrale tirrenica, devastando una vasta area tra Cosenza e Nicotera, durante la notte tra il 7 e l’8 settembre 1905 alle ore 1:43. Il sisma ebbe una magnitudo momento di 7,06 (compresa tra 6,2 e 7,9 secondo vari autori) e un’intensità compresa tra il X e l’XI grado della Scala Mercalli. Esso provocò 557 vittime, la maggior parte nell’area del promontorio di Capo Vaticano. L’epicentro non è conosciuto esattamente, tre ipotesi prevalenti sono 38°80′N e 16°10E (nel mare al largo di Pizzo) 38°67′N e 16°07′E (tra gli abitati di Vibo Valentia e Cessaniti), e 38°63′N e 15°47′E (nel mare tra Capo Vaticano e l’isola di Panarea).  Il terremoto provocò ingenti danni agli edifici e alle infrastrutture già carenti, devastando il territorio, molti dei danni e delle vittime furono dovute agli effetti sismogeologici come frane indotte, spaccature, scorrimenti del terreno e liquefazioni dei terreni sabbiosi, variazione del regime delle acque su di un’area estesa per oltre 6.000 km2. Ad esempio Aiello Calabro fu distrutto da una frana di crollo di una grande porzione rocciosa del monte sovrastante il paese. Il terremoto fu preceduto e seguito da numerosi fenomeni acustici e luminosi, come forti boati e luci boreali sul mare.

L’immagine rappresenta il Piazzale antistante il Santuario di San Francesco di Paola dopo questo catastrofico terremoto. Si vedono i gravi danni subiti dagli stabili a sinistra della Chiesa ma nel contempo si vedono affacciate dai balconi delle persone. La Chiesa anch’essa gravamente danneggiata mantiene quasi intatto il portale d’ingresso. Mentre completamente distrutta la parte alta della stessa. Si notano i gradini di fronte al portone ora completamente scomparsi. Salva la statua sopra l’ingresso che sembra essere quella di San Rocco che alza le vesti per far vedere le proprie ferite. Mentre sempre a sinistra della foto prima del piazzale dove si vede collocate delle baracche in legno si note un palazzo praticamente integro. Nell’abbigliamento del popolo predominano le tonalità scure, le camicie sono tutte senza cravatta e sembrano anche con il colletto ridotto come si usava nel 1800. Non si riscontrano particolari diversità in merito all’abbigliamento dei sacerdoti e dei componenti delle Congreghe le quali portano i propri stendardi. Non si vedono Santi portati in processione, cosa strana dato che il protettore dai terremoti è Santo Emiddio la cui effigie veniva e viene venerata nella Chiesa delle Grazie.

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