NAPIZIA NELLA STORIA ANTICA DELLA MAGNA GRECIA (743 a.c. – 280 a.c.) II rilevamento delle isolette Itacesi al largo della marina di Pizzo.

NAPIZIA NELLA STORIA ANTICA DELLA MAGNA GRECIA (743 a.c. – 280 a.c.) II rilevamento delle isolette Itacesi al largo della marina di Pizzo.

NAPIZIA NELLA STORIA ANTICA DELLA MAGNA GRECIA(743 a.c. – 280 a.c.) II rilevamento delle isolette Itacesi al largo della marina di Pizzo.

II rilevamento delle isolette Itacesi al largo della marina di Pizzo. La storia di queste isole che fino a qualche secolo fa emergevano dal mare prospiciente la città di Pizzo e che oggi sono scomparse alla vista degli osservatori, si riallaccia all’antichissima tradizione che vuole riaffermare uno stretto collegamento tra le vicende seguite alla distruzione di Troia e la fondazione delle città della Magna Grecia della sponda del Tirreno.
La presenza di queste isolette nel golfo Lametino è interessante non per la loro consistenza geografica, ma per l’episodio riportato da Plinio, secondo cui esse servirono di ricetto per un certo tempo alle navi di Ulisse, il quale ritenne opportuno interrompere, per una qualche ragione, il suo viaggio periglioso, e sostare sulle isole per consentire il riposo dei suoi compagni, l’approvvigionamento necessario ai naviganti per il prosieguo del viaggio e la messa a punto delle navi e delle attrezzature di bordo. Gli storici ritengono che non a caso avvenne questo approdo, ma fu determinato dal fatto che la costa di rimpetto era abitata dai Napitini, e quindi da un popolo amico che avrebbe fatto di tutto per offrire ai naviganti, già stremati dal lungo viaggio, gli aiuti necessari.  Seguendo il racconto di Plinto, apprendiamo che Ulisse viaggiando con le sue navi dopo la distruzione di Troia alla volta della sua patria, si riposò per qualche tempo presso alcune isolette che emergevano di fronte ad Hipponion. Per tale ragione, tali isolette sarebbero state chiamate Itacensi. Il Marafioti riporta le testuali parole di Plinio al lib. 2, f. 130: « Contra Hipponion Insulae sunt, quae Ithacensae apnellantur, Ulisse specula ». Anche il Barrio fa mensione di queste isolette, collocandole sotto Briatico presso il porto di S. Nicola. Invece l’erudito Scipione Mazzella pensa che le Isolette Itacensi siano quelle che si vedevano ai suoi tempi nei pressi di Pizzo. Infatti egli facendo la descrizione del luogo nominato Pizzo, vi comprende anche le accennate isolette. Nella sua opera « Descrizione del Regno di Napoli » seconda edizione, al foglio 151 così scrive: « Poscia si scorge il Pizzo in luogo molto aprico coll’Isolette Itacensi ».  Lo stesso Lorenzo Anania, famoso geografo, avvalora tale ipotesi perché nella descrizione che egli fa del Pizzo nella sua opera « Fabrica del Mondo » (trattato I, foglio 56) così recita: « Poscia si scorge il Pizzo colle Isolette Itacensi ». Ilario Tranquillo ci attesta che ai suoi tempi (1725) erano ancora visibili alcune di queste isolette al largo del mare di Pizzo, di cui una nominata la Punta, emergeva ancora dalla superticie marina, mentre le altre chiamate la Pietraporcina e la Trepietre erano già in parte sommerse dall’arena sospinta dalle onde. Da questa circostanza il Tranquillo arguisce che vi sia stato un incontro amichevole tra i focesi, già abitatori della antica Napitia e gli Itacesi, compagni di Ulisse, che già durante la permanenza dell’assedio di Troia si erano conosciuti, istaurando rapporti di cordiale amicizia, come si conveniva a gruppi di greci che avevano militato nello stesso esercito. Fonte: <<CALABRIA DIMENTICATA>> di N.G. MARCHESE Edizioni STAGAME – Casavatore (NA)
NAPIZIA NELLA STORIA ANTICA DELLA MAGNA GRECIA(743 a.c. – 280 a.c.) L’origine focese di Crissa rivendicata da storici antichi, anche per nobilitare la fondazione di Napitia, oggi Pizzo.

NAPIZIA NELLA STORIA ANTICA DELLA MAGNA GRECIA(743 a.c. – 280 a.c.) L’origine focese di Crissa rivendicata da storici antichi, anche per nobilitare la fondazione di Napitia, oggi Pizzo.

NAPIZIA NELLA STORIA ANTICA DELLA MAGNA GRECIA(743 a.c. – 280 a.c.) L’origine focese di Crissa rivendicata da storici antichi, anche per nobilitare la fondazione di Napitia, oggi Pizzo.

L’origine focese di Crissa rivendicata da storici antichi, anche per nobilitare la fondazione di Napitia, oggi Pizzo.
A parte la comunanza delle origini relative alle tre città, tutte le argomentazioni e le prove che si adducano nel tentativo di far luce nella ricerca della loro lontana formazione, sono non del tutto concordanti; senza considerare la scarsezza degli elementi allo stato degli atti a disposizione degli studiosi. Esse comunque si possono grosso modo raggruppare intorno ad alcune tesi fondamentali che trovano presso gli storici alcuni elementi di sostegno, che non sono comunque sufficientemente probanti per accedere all’una o all’altra ipotesi; anzi tutta la materia, che appassiona ricercatori e studiosi, si poggia su elementi talmente vaghi e scarsi da dubitare circa la loro stessa validità. Da una parte sta la tesi di coloro che si richiamano ad un forte movimento migratorio che in epoche lontanissime si stabilì fra le due sponde dello Ionio, e quella invece che riallaccia tutta la vicenda alla guerra di Troia, sconfinando così inevitabilmente nelle brume della leggenda.
Accedendo a questa seconda ipotesi il Tranquillo, nella sua storia Apologetica dell’antica Napizia, anno 1725, cap. IV, pag. 13, si richiama alla autorità di alcuni famosi scrittori calabresi di indubbio valore per sostenere la tesi dell’origine focese delle tre città della Magna Grecia: Crissa, Napitia e Hipponion.  A tale proposito riportiamo integralmente la sua opinione: « La Grecia, nobile regione dell’Europa, dalla parte volta verso il mare tiene, giusta il rapporto di Giovanni Boemo, la Provincia Focide: questa fu ne tempi tramandati famosa, si per cagione de suoi Eroi, si per le sue ragguardevoli città, di cui una è chiamata Focea, e Focesi i suoi cittadini ».
« De Focesi scrivono Barrio, Marafioti e Fiore, che dopo le ceneri di Troia, da contrari venti e da tempeste spinti, finalmente nelle riviere, non solo per di là dal fiume Angitola, ma anche per di qua dal fiume stesso, discesero. Quivi in tre Colonie divisi, una edificò, sotto la guida di Crisso fratello di Panopeo, Principe Focese, la città Crissa, così ad onor del condottiero della Colonia chiamata, siccome sussurrano nella Cassandra Li-cofrone, e  il suo interprete Isacio: Ella però oggi è Rocca Angitola nomata, conforme riferisce Barrio (lib. 2 f. 139), Marafioti (lib. 2 cap. 23) e Fiore (lib. 1 pag. 2 cap. 2) e il Boudrand (tom. I fai. 60).
L’altra Colonia di Laudati « Greci, Focesi, dilungatesi poco men di quattro miglia dapresso allo scoglio, dove oggi è il Pizzo, approdò; e sopra cotal sasso altissimo la città Napizia fondò, così chiamata a gloria del Focese Principe Napizio, Condottiero e Capo della Colonia medesima ».
« Slmilmente da Iponio cavaliere Focese, e dall’altra Colonia Capo, avendo oltrepassato per di qua del nominato fiume, una città fabbricata, che dal suo nome Ipponio », conforme al rapporto di Stefano Bizanzio de Urbibus, di Barrio lib. 2, fol. 143) di Marafioti (lib. 2, pag. 130) e di Fiore (lib. 1, pag. 2).
Siccome le fonti citate da Ilario Tranquillo, mentre danno per scontato ed in modo non equivoco l’origine focese delle due città Crissa ed Ipponion, questi, che aveva tanto a cuore soprattutto la storia della sua Napitia, è costretto a ricorrere a delle supposizioni per riempire il vuoto che riguarda l’origine focese della sua città. Così infatti prosegue: « già siccome più in suso s’è divisato, fabbricarono Crissa ed Ipponio, i laudati Greci Focesi, quella quasi quattro miglia da Napizia distante, e questo poco men di sei. Or che da tal vicinanza tra Napizia e le altre due prenominate città, Crissa ed Ipponio; saggiamente conghietturar si puote, che siccome di queste furono Fabbricatori l’accennati Greci Focesi, così parimenti di quella furono i Fondatori: conghietture convincenti sono queste, perché tratte dalla vicinanza, e prudentemente usate si sono da scrittori di grande intendimento ».  « Anzi pompeggiando l’antica Napizia in mezzo a Crissa ed Ipponio, è tortissima la conghiettura che dalla vicinanza si trae, onde ci violenta a confessare, che i Fondatori di lei siano i Greci Focesi che le mentovate due città fabbricarono ».
Il Tranquillo impegnato a ricondurre alle origini greche, la fondazione della sua città, che corrisponde ad un desiderio piuttosto diffuso nell’antichità di nobilitare le origini della propria città col riferimento alle vicende dell’Antica Grecia, rigetta sdegnato l’altra ipotesi che pure ai suoi tempi era molto corrente.
« L’altra invenzione s’è, d’un certo, che bisguizzando sul nome Napizia, dir solea, che’ suoi Fondatori furono i Napitei, nati in Napata, Città dell’Etiopia, venuti ad inquietar colle rapine la Calabria, che per memoria di Napata lor Patria, la nomarono Napizia, e che il fine di fabricarla fu, affinchè dopo le rapine, a danno di questa Provincia esercitate, in lei si ritirarono, come a sicura fortezza per difendersi dall’armi nemiche. Oh! quante fanfaluche senza arrossarsi sballa cotal Anonimo Contradditore. Favolose invenzioni al certo perché di cotal venuta di Napitesi in Calabria a rubbare e sfondar città non si fa menomo ricordo da nessuno scrittore ».
« Inoltre Leandro Alberti nella sua Italia, Barrio nel I libro. Campana nel secondo, e Paolo Merala vogliono, che nissun barbaro l’altrui terra assaltò prima della venuta in Calabria dell’Arcadi Escovi, che fu nel 2229 dalla Creazione del mondo » (pag. 15, opera citata).
Ormai dominato dall’idea dell’origine focese della sua città egli scarta anche l’ipotesi della derivazione geografica del nome: « Or per cagion di così amena selva, che ne’ tempi antichi non era men voga e deliziosa, come dalla fertilità del terreno, da perpetui fondi, che sorgono e da giardini che nel suo luogo si scorgono, ove quasi perpetua fioreggia la Primavera, saggiamente si argomenta: è verisimile che la nostra città abbia di Napizia il nome ottenuto. Conciossiaché la parola selva, nel latino idoma è detta saltus, siccome leggesi nel Calepino; ma tal vocabolo saltus, nel greco idioma si dice Napi, come nel laudato Autore s’osserva. Tutto ciò presupposto, è verisimile e molto probabile, che la città già fondata presso alla menzionata Selva, in lingua greca chiamata Napi, sia stata per causa di tal Selva, nominata Napizia…
Ma vie più probabili si è, come più in su dettto, ch’ella tal nome ottenne per cagion di Napizio Principe Focese e Capo de Fondatori della medesima: nulla dimanco per paciare cotai contrari pareri, dir possiamo, che quantunque la città nel cominciamento della sua fondazione ad onor di Napizio, Napizia fosse stata chiamata; ad ogni modo restò poi in lei maggiormente conservato tal nome per la vicinanza della mentovata selva ».
NAPIZIA NELLA STORIA ANTICA DELLA MAGNA GRECIA(743 a.c. – 280 a.c.) Napitia nella Storia Antica della Magna Grecia

NAPIZIA NELLA STORIA ANTICA DELLA MAGNA GRECIA(743 a.c. – 280 a.c.) Napitia nella Storia Antica della Magna Grecia

NAPIZIA NELLA STORIA ANTICA DELLA MAGNA GRECIA(743 a.c. – 280 a.c.) Napitia nella Storia Antica della Magna Grecia

NAPITIA NELLA STORIA ANTICA DELLA MAGNA GRECIA. La fondazione di Hipponion, Napitia e Crissa , città della Magna Grecia tirrenica  ad opera  di gruppi di Crissensi lungo le coste del Golfo ora di Sant’Eufemia Lamezia.
Fra tutte le città della Magna Grecia dell’area lametina, gravitanti cioè intomo all’attuale golfo di S. Eufemia, di cui si ha notizia, Crissa è stata quella che di più ha subito l’usura del tempo; al punto che di essa solo attraverso fonti indirette si conserva un pallido ricordo.
Le consorelle più vicine, quali Hipponion e Napitia, che ad essa risultano contemporanee per periodo di fondazione e collegate per le vicende storiche subite, hanno assunto nella storia della regione una posizione di maggior spicco, per il fatto che la loro riedificazione avvenuta dopo la distruzione subita nel corso del 900 ad opera delle scorrerie saracene, ha avuto luogo per le prime due sulle rovine del loro antico insediamento; facendone così rivivere delle antiche città greche distrutte il suggestivo ricordo sulla base di una continuità storica ed ideale; mentre la meno fortunata comunità crissense, una volta frantumata dalle invasioni saracene, andò definitivamente dispersa e quando i resti di quella che fu una nobilissima città decisero di ricostruire il loro centro urbano, per ragioni suggerite da esigenze di difesa, scelsero un posto che offrisse condizioni di maggiore sicurezza o quanto meno di più agevole difendibilità: in previsioni dei pericoli di ulteriori scorrerie ancora incombenti, in un posto diverso del territorio, per quanto abbastanza prossimo all’antica ubicazione della città distrutta.
Abbandonate definitivamente le rovine della vecchia città devastata, dai superstiti abitanti che si attestarono su altre posizioni, era inevitabile che gli edifici dell’antico abitato fossero destinate a scomparire nella nebbia del tempo, trascinando in questo processo distruttivo le vestige, la storia e financo il ricordo.  Questo processo di dispersione venne accentuato dal fatto che le rovine di Crissa, rimasta la località del tutto abbandonata, finirono col diventare oggetto di successive spoliazioni: come se quel cumulo di rovine fosse diventata una cava da cui si potesse trarre il materiale da adibire alla costruzione delle città vicine. In particolare risulta da indubbie testimonianze che la famosa e sontuosa Badia di S. Eufemia, dedicata a S. Maria di Mater Domini, voluta dal principe Normanno, la cui datazione rimonta al 1024, venne costruita col marmo ed il travertino ricavato dalle macerie della vecchia Crissa, che stava nei pressi.
Agli inizi dell’anno mille troviamo gli abitanti della vecchia Crissa raccolti in un nuovo centro abitato, denominato la Rocca, posto in luogo ameno e soprattutto strategicamente più sicuro, di quanto non lo fosse l’antica ubicazione di Crissa; in origine situata sulla pianura nei pressi del fiume Angitola, e quindi facile preda alle scorrerie dei Saraceni che provenivano dal mare. Il nuovo colle prescelto, che domina con la sua altezza la vallata dell’Angitola consente di controllare a distanza tutti i movimenti di navi che avvengono nell’ampio cerchio del golfo di S. Eufemia: è la posizione ideale di chi vuole mettersi al riparo da spiacevoli sorprese nel timore del ripetersi di eventuali attacchi improvvisi dei pirati; quale certamente fu quello fatale che produsse la distruzione della città, adagiata comodamente e pacificamene  in prossimità della riva.
Pizzo invece viene edificata sulle rovine dell’antica Napizia. Ilario Tranquillo nel suo libro « Storia Apologetica dell’antica Napizia », oggi detto il Pizzo, al capitolo quinto del libro secondo, intitola: « si trova come l’antica Napizia già rovinata dai Saraceni, fu riedificata sullo stesso scoglio e chiamata Pizzo: si mostrarono i suoi Riedificatori, e si addita il fine per cui la rifabbricarono ».
Secondo l’autore che scriveva nel 1725, appoggiandosi a notizie precedenti riportate da Barrio Gabriele, Scipione Mazzella, Gerolamo Marafiotti, Leandro Alberti, « la seggiola, luogo marittimo, che con lo scoglio, ove torreggiava la Pizia, confina, un tempo già sede di delizie, divenne asilo e ricetto di corsari; dove trattenendosi occulti, uscivano all’incontro delle barche veleggiami nel golfo facendole loro miserabile preda ». Secondo i su riferiti autori e soprattutto secondo il P. Fiore, nella sua « Calabria Illustrata », dove rammemorando il fine per cui ebbe il Pizzo la sua riedificazione, è detto:
« Pizzo la sua consistenza, scrive esser ciò avvenuto sì per dare impedimento allo sbarco, sì per torre al trattenimento de corsari il ricovero ». E finalmente Domenico Martire, nella sua ” Calabria sacra e profana “, addita il Pizzo fabbricato affinché si fugassero dalla seggiola i corsari. « Sicché provato con chiarezza il fine, per cui fu il Pizzo edificato, resta che con certezza si pubblichi, che del Pizzo l’edificatori, siano stati li abitatori de tré mensionati casali: Sandonato, Manduci e Bracci ». E lo stesso autore aggiunge:
« Nel celebre Archivio dell’Eccellentissimo nostro Principe di Mileto, (prosegue il Tranquillo a pag. 39 opera citata) che è dentro il suo Palaggio nel Pizzo, conservasi la Platea del Pizzo, fatta nel 1476, per concessione del Rè di Napoli, Ferdinando d’Aragona, nel tempo appunto, che era conte di Mileto e signor del Pizzo Carlo Sanseverino. In cotal platea nel foglio primo, chiara ed espressamente si legge che il Pizzo fu edificato dall’Abitanti de’ Casali finitimi e vicini.
« Ed avvenga che nella citata Platea non s’esprimono i nomi de Casali i di cui abitanti l’edificarono, abbastanza però appariscono espressati con dichiararsi finitimi e vicini: ben essendo a tutti noto che nel contorno e ne confini del Pizzo altre abitazioni non vi siano state, che le tre nomate S. Donato, Manduci e Bracci ». « Ma per rendere compiuta quest’Istoria, è bene dar qualche breve contezza delle tre accennate Abitazioni ». È sempre lo stesso antico scrittore che parla:
« Era il Braccio situato lungi dal Pizzo un miglio, in luogo nominato oggi la Torre, presso a cui vengonsi le vestige dell’antica Parochia, sotto il titolo di S. Silvestre, e nel contorno altre chiese dirute: chiamasi oggi di tutta quella Riviera il Casale. Appartenea egli alla giurisdizione dell’antica Crissa oggi detta Rocca Angitola, essendo stato uno de suoi diceotto Casali, sparsi nel suo ampio territorio: come leggesi nella Platea della Rocca Angitola, fatta nel 1476 che nel laudato Archivio conservasi. Si fa del Braccio racconto anche nelle schede de Notari, in più Platee de Benefici e nella Calabria sacra e profana di Domenico Martire »….
« Amendue Castelletti S. Donato e Manduci, siccome stimo appartenevano alla giurisdizione dell’antica Napizia, conciosiaché è certo non spettavano alla Rocca Angitola, perché annoverati non li trovo tra diceotto Casali di quella nella laudata Platea ». Che in questa forma di collaborazione tra napitini e crissensi si esprima un reciproco sentimento di solidarietà basato sulla consapevolezza della comune origine focese, o che invece debba considerarsi come la manifestazione di un semplice rapporto di affari o scambi di servizi fra comunità vicine, non è dato sapere. Comunque questa circostanza ci conferma nella convinzione, che tra le tre città della Magna Grecia ci dovevano essere dei frequenti rapporti di affari e la vita sociale delle tre comunità doveva svolgersi sulla base di una reciproca integrazione, alla quale un rapporto notevole doveva essere fornito dai numerosi casali del retroterra.
Singolare è l’interpretazione che il Tranquillo da del diverso ruolo svolto dai Crissensi e Napitini nella costruzione di Pizzo. A pagina 395, continuando il discorso circa l’ipotesi della ricostruzione della vecchia Napizia, afferma: « dunque, essendo in quel tempo Abitanti ne tre mentovati Casali, non sol coloro, che in essi ebber la nascita, ma altresì i Napitini, ivi due o tre anni prima ricoveratisi per le rovine della lor Patria Napizia, chiaramente ne segue, che l’edificatori del Pizzo furono i Napitini, gli altri Abitatori de tre mensionati Castelletti, quelli alla nobile impresa impegnatisi come Capi, e questi per la medesima servendo di braccio ».
Da che cosa l’autore deduce questa osservazione non è dato sapere, ne nel corso dell’opera si cura di fornirne comunque le prove che starebbero a legittimare una tale osservazione che discriminando tra i solerti costruttori, viene ad attribuire un ruolo dirigenziale ai Napitini nel compimento della grossa impresa, e relegare l’apporto dei Casali alle più modeste mansioni bracciantili. È proprio il caso di dire che il Tranquillo, che resta attento e scrupoloso studioso della materia, nel caso specifico abbia peccato di eccesso di zelo pel configurare una posizione più dignitosa ai Napitini, forse indotto a tale indulgenza dalla sua propensione ad esaltare il ruolo dei suoi concittadini, in conformità a tutta l’intonazione apologetica che egli ha voluto dare alla stesura della sua opera; che per altro risulta pregevole e di grande utilità sotto altri punti di vista. Tale tendenza appare con una certa evidenza anche in altri casi, come quando ad esempio nello stesso libro II cap. I pag. 38 attribuisce ai fondatori del Pizzo l’intenzione di procedere a tale impresa nell’intento di rendere impossibile l’azione dei pirati che dopo la distruzione di Napizia si erano annidati alla Seggiola; in ciò appoggiandosi ad alcune dichiarazioni del Barrio (libro II pag. 139) il quale per la verità si era limitato a segnalare la presenza dei corsari alla Seggiola:
Hic (la Seggiola) secessus est, in qua Pirata latebant ». Ed il Marafioti (cronache di Calabria, lib. 2 e. 23 pag. 137) parlando della dimora che nella Seggiola facevano i Corsari, afferma: « che cotal trattenimento solevano fare i Corsari con molto loro commodo nella Seggiola riponendovi la preda ». Il resto delle considerazioni sono del Tranquillo il quale argomentando da tale constatazione arriva alla conclusione, a lui particolarmente gradita: « consolavansi però prudentemente sperando, che dalle prossimane abitazioni si porgerebbe a tanto mal rimedio; conciossiachè arrintuzzar di tanti ladroni l’orgoglio, valevoli non erano; per esser pochi l’abitanti dell’angolo menzionato della distrutta Napizia ».
Per sostenere questa tesi però, che attribuisce fini di utilità generale ai nuovi costruttori, l’Autore deve ricorrere al sostegno della tradizione. « Insemina la fama avvalorata dell’antica tradizione, è resa tanto sonora, che da per tutto l’è intesa e con buona faccia è stata ai posteri comunicata ». Anche su questo particolare la carità di patria prende la mano allo storico per indurlo ad avvalorare una tesi scarsamente documentata, ma cara all’autore perché nobilitava le imprese dei suoi illustri e solerti antenati. Più semplicemente la segnalata partecipazione di gente di diversi casali alla ricostruzione della vecchia Napizia, fa pensare a quel fenomeno di dispersione che verosimilmente si è verificato dopo la distruzione dell’abitato di Crissa, per cui non tutti seguirono lo stesso itinerario: ritrovandosi la grande maggioranza impegnata nella costruzione della Rocca Angitola, che dalla vecchia Crissa si può ben a ragione considerare la diretta discendente; altre frange, meno numerose della popolazione crissense, le troviamo presenti ed impegnate nella costruzione della nuova Napizia, mentre altre ancora si sono sparse nei casali del retroterra.
Comunque dell’antichissima esistenza di queste tre città ci fornisce una buona testimonianza il Barrio il quale ci assicura che uno storico antichissimo, quale Antioco Siracusano, diede al golfo di S. Eufemia la denominazione di « Napitinio » in omaggio alla città di Napitia. Inoltre parlando di questo seno marino Strabene nel suo libro lo indica: « Quem Antiochus Napitinum dixit ».
Dalla concordanza delle due citazioni storiche si deve con buon fondamento concludere che all’epoca di Antioco Siracusano la città di Napizia era molto fiorente, insieme alle città consorelle, ed era assurta a tale importanza da onorare col suo nome lo stesso golfo Lametino.
A questo punto data l’importanza della fonte storica ci interessa sapere l’epoca in cui Strabene visse. Da varie storie e specialmente dalla Cronistoria di Timoteo da Termine al sesto libro si conferma che il famoso geografo greco visse nell’anno decimonono dalla venuta di Cristo.

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